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A testa in giù

Ecco la fiaba di Papà Fabrizio (24 giugno 2004).

L’albero faceva ombra.
Ma faceva anche archi, capanne, rifugi. Perché era un albero di quelli a testa in giù. Ci si poteva sedere sotto e se pioveva non ci si bagnava. Un abete.
Era molto divertente, ma nessuno riusciva a ricordarsi per quale motivo si fosse piegato così. Tracciava una specie di arco, e sembrava puntare la sua testa proprio verso il terreno.
Un giorno d’estate, di quelli in cui non c’era molto da fare e il caldo non dava tregua, un gruppetto di bambini decise di cercare di capire. Ma siccome erano tutti piuttosto piccoli e nessuno di loro, quando l’albero fu piantato, era ancora di questo mondo, dovettero farsi aiutare. Presero quindi tutti quanti un taccuino e una penna, ed andarono ad intervistare tutti coloro che abitavano lì intorno.
“Il vento. E’ stato il vento. Nell’estate del 1972 il vento era così forte che mia moglie perse tre parrucche. In tre mesi. Dopo decise che anche calva stava benissimo e non perdeva tempo a pettinarsi. Io persi due dentiere, ma di quelle non potevo proprio farne a meno. Sì, è stato il vento. L’ha piegato come un fuscello”. Questo disse il primo intervistato.
Dal secondo i bambini stavano quasi per scappar via: “Come sarebbe ‘chi l’ha piegato così ?’ Voi, piccoli mocciosetti urlanti, sempre con quei sassi in mano, e pim, e pam, dopo un po’ anche una quercia si piegherebbe sotto i vostri colpi. I più grassi tra voi ci salgono sopra. I più magri si appendono ai rami.. E’ un’indecenza!”.
Il successivo intervistato disse che lui si faceva gli affari suoi e che non gli importava degli alberi, ne’ dei bambini. Ne’ delle interviste. Dopodichè chiuse la porta. E i bambini strapparono la sua pagina.
Il quarto si era offerto di tagliare l’albero anche subito, per risolvere il problema, anzi, cinque minuti dopo sarebbe sceso. I bambini non gli risposero, ma gli misero di nascosto dello zucchero nella motosega.
Una mamma intervistata per quinta non diede grandi risposte, ma ne approfittò per far piegare ai bambini dodici lenzuola appena lavate.
Alle quattro il sole non smetteva ancora di cuocere il mondo, ma i bambini erano già demoralizzati.
“Come facciamo ad imparare se nessuno ci spiega niente?”, disse uno.
“Quando si parla di tabelline o di Luglio Cesare tutti ci riempiono le orecchie di chiacchiere. Per le cose importanti, invece…”
“Guarda che si chiama Giugno Cesare, ignorante. Comunque ho un’idea.”
“Quale?”
“Adesso chiediamo al più vecchio di tutti”.
“Amedeo? No, per carità. Non sente niente.”
“Non sente ma capisce benissimo.”
“Dài, sta sempre seduto al sole. Gli si sarà cotto il cervello”.
“Ma mi hanno detto che è quello che ha visto piantare l’albero!”
E così provarono.
“Si, ricordo. Aveva appena piovuto”, disse Amedeo. “Arrivarono qui in cinque, due tecnici e tre operai, fecero un gran buco e lo piantarono. Poi parlai con mio zio”.
“E SUO ZIO SI RICORDA QUALCOSAAAA, SIGNOR AMEDEOOOOOO?”
“No, perché abitava a Racconigi. Poi parlai con una vecchia amica.”
“E LEIII? LEI SIIIII’?”
“E come avrebbe potuto, abitava da un’altra parte! Addirittura a Cuneo”.
I bambini si guardavano sgomenti.
“HA PARLATO CON QUALCUN ALTROOOOOO?”
“Quel giorno parlai con quasi tutti i miei parenti, per avvisarli che finalmente l’avevano piantato!”
“L’ALBEROOOO?”
“Di quale albero state parlando? Io mi ricordo di quando finalmente piantarono il palo del telefono. Quel giorno chiamai anche in Argentina mia sorella! Grande invenzione il telefono! Per litigare è il massimo.”.
“Io vado, ragazzi”, disse sconsolato uno del gruppo.
“Anch’io.”, gli fece eco un secondo.
“Io pure. Mi sono stufato”.
“Posso giocare con voi?”, disse una vocina.
Un bambino appena arrivato si era attaccato alla maglietta di suo fratello maggiore.
“Non è una cosa per te.” gli rispose l’altro.
“Ma io lo so cosa cercate. Questo.”
Uno dei più grandi prese in mano quell’oggetto. Era il puntale di un albero di Natale.
“Cosa c’entra ?”
“Me l’ha dato il nonno, e mi ha detto di portarglielo così la piantate di fare domande in giro.”
“Tuo nonno ti ha detto di portarci questo?”
“Non a voi. A lui.”
“A chi?”
“All’albero, che domande.”
Nessuno parlava più. Tutti a pendere dalle labbra di quel piccoletto.
“Mio nonno, una volta, il diciotto o diciannove o diciaddieci dicembre, non mi ricordo, stava cercando il puntale dell’albero di Natale. Era finito sotto un tavolo. Lui si chinò per prenderlo e rimase bloccato in quella posizione fino all’Epifania. Ecco perché se lo ricorda così bene.”
“E questo cosa c’entra?”
“L’albero sta facendo la stessa cosa”.
“Eh?”
“Mio nonno ricorda che quell’anno stava seduto su una poltrona, dritto come un fuso per il mal di schiena, e guardava sempre fuori dalla finestra. Avevano decorato l’albero di Natale ed era proprio l’albero che dite voi, quello piegato. Ma in quegli anni era dritto. Fino a quando non ci fu la nevicata.”
“Vuoi dire… che si piegò per la neve?”
“No.”
”Allora?”
“Il vento gli strappò il puntale, che cadde in mezzo alla neve. L’albero non poteva sopportare la vergogna di perdere l’addobbo più bello, e lo cominciò a cercare lui stesso, senza aspettare gli abitanti delle case. E lo sta cercando ancora adesso. Venite con me.”
Nessuno parlava. Tutti lo seguivano, come i topi il pifferaio magico.
Il bambino infilò il puntale nel ramo più alto dell’albero, che in quel caso era il più basso.
Inizialmente non si mosse nulla. Poi, a poco a poco, le foglie presero ad agitarsi, anche se non c’era un filo di vento. La punta dell’albero si rialzò. Il tronco scricchiolava, sempre di più, e si mosse anche lui, ed in pochi minuti, un bellissimo abete natalizio si trovò ad essere il più alto di tutto il giardino.
“Sì, mio nonno aveva ragione”, disse il bambino più piccolo. E considerando concluso il suo compito, tornò soddisfatto e tranquillo a casa.
Gli altri ci misero un po’ di più, imbambolati com’erano.

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