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Il sacco di Roma (Una dolce storia d’amore)

Ecco il racconto di Zia Mariù (24 ottobre 2006)

Molti avranno vissuto una storia d’amore ma grande come quella di Roma e di Lillà nessuno poteva mai immaginarla.
Si erano conosciuti errando per le strade, forse in cerca di loro stessi.
Due poveri cuori raminghi che la solitudine aveva avvicinato.
Arrivava lui, con un cappottaccio lungo e scuro dalle grandi tasche, barba lunga, la sua persona odorava di forte, di sudore, di strada, di miseria.
Sotto il pastrano una maglietta raffigurante il suo eroe, il suo mito neoromantico, “Il Che”. Lei, la sua Regina senza regno, lo seguiva, fragile e minuta come un cardellino, con gesti teneri e incerti che parevano ignorare la realtà delle cose.
Lillà a volte vaneggiava nei discorsi, ma a lui andava bene così.
Quel parlare senza senso che a Roma pareva musica.
Guardava gli occhi velati di lei e si inteneriva a fissarli.
Dormivano dove capitava, una scatola di cartone per due, un ponte per tanti.
Un’altra cosa in comune fra loro, lo stesso sguardo.
Ogni anno per il compleanno di Lillà si concedevano un lusso.
La portava sotto un’acacia dal profumo inebriante, la faceva accomodare sull’erba e poi tirava fuori, come da un cappello di prestigiatore, due bicchieri di vetro e poi a mani nude gustavano il frutto della loro elemosina, sorseggiando avidamente del vino.
Con lo sguardo la invitava a sollevare la testa e le diceva: “Regina mia, ma dove la trovi una reggia con un tetto tinto così d’azzurro e profondo?
E guarda che infinità di specchi che abbiamo!”
Indicando con lo sguardo il fiume vicino.
Poi si appisolavano beati.
Per tanti anni le stesse gesta, le stesse parole.
Poi un giorno qualche cosa di misterioso gliela portò via.
Un medico senza spiegargli molto gli chiese se era un parente.
Lui stanco e tristissimo, aveva gli occhi che gli bruciavano, ingoiava.
Poi non riuscì più a trattenersi e calde lacrime cominciarono a scorrergli lungo il viso.
Cominciarono per Roma lunghe giornate di solitudine.
Si soffermava a pensare a quegli occhi, scuri e profondi che si erano chiusi per sempre.
Era nato tanti anni fa a Roma e per questo gli era stato dato quel soprannome così pittoresco.
“Annamo, bevemo, giocamo, sartamo, magnamo”. Questo è il linguaggio che usava “Roma”.
Era un vecchietto molto originale, un pò volubile, in certi momenti sapeva essere anche duro e scontroso e deliberatamente scortese.
Egli gironzolava senza meta per le nostre città, un tipo solitario e malinconico.
Possedeva un vecchio sacco tutto consumato e la trama del tessuto, al tatto legnoso, negli angoli era tutta sfilata.
Non si staccava mai da quel cimelio, delle volte dormiva tutto avvolto a quella cosa ruvida che gli bucava la pelle.
Al suo passaggio i bambini fuggivano, chissà perché?
Camminava con passo traballante, delle volte con ragione, specialmente quando si era fermato all’Osteria di Sor Meco.
Era talmente solo che cercava ardentemente un amico e lo trovò un giorno d’aprile sopra un ramo di acacia pieno di stipole profumate.
L’albero aveva un bel tronco e appoggiandoci la schiena questo conciliava tranquilli pisolini.
Un pomeriggio qualche cosa disturbò Roma che stava approfittando dell’ospitalità di quel tronco di acacia.
Dei miagolii insistenti lo avevano svegliato, innervosendolo.
Si distese e si lasciò rotolare su un fianco, aprì gli occhi e, si soffermò a cercare con lo sguardo in mezzo alla volta di rami candidamente fioriti.
Di chi poteva essere quel lamento?
Non si distingueva ma si sentiva una vocina che inteneriva il cuore e vide un gattino bianco.
Allungò la mano per prenderlo e il gattino si gonfiò tutto sulle zampette, come elettrizzato FFFFHHHH!
E poi ZANG una zampatina graffiò Roma, allora il vecchio prese il suo sacco e glielo buttò sopra, agitando il micio ancora di più.
Lo catturò e lo strinse a sé.
Lo volle chiamare “Fulmine”, tutto bianco com’era sembrava un lampo di luce.
Dette al gattino un pò di latte e lo adagiò dentro il suo sacco.
Il piccolo felino si addormentò tranquillo e lui continuò il suo viaggio.
A chiunque chiedesse che cosa contenesse quel sacco puzzolente il nostro amico Roma rispondeva: “Fulmine”, spaventando i più piccoli.
Il gatto diventava sempre più bello e grande.
Un giorno passeggiando tra le bancarelle del mercato inavvertitamente il signor Roma appoggiò il sacco vicino ad una cassetta di frutta bella matura ma piena d’api.
All’improvviso un’apetta si posò sopra quel tranquillo sacco quando qualcosa si mosse e … ZAG! punse il gatto.
Il sacco incominciò a muoversi come indemoniato e saltava a destra e a manca, su e giù, qua e là.
I soliti bambini assistettero alla scena e scapparono sbigottiti, pensando che dentro quel sacco ci potesse essere un bambino come loro.
Da quella volta i genitori di tutta la città fecero credere ai loro piccoli che se non fossero stati abbastanza bravi li avrebbero puniti, consegnandoli al signor Roma che li avrebbe insaccati.
La prima volta che Roma e Fulmine fecero il bagno insieme fu proprio una bella avventura.
Si tuffarono nel fiume e meno male che in quel momento, sguazzava lì una bella anatra che vedendo il gattino annaspare nelle acque profonde del fiume lo aiutò a raggiungere la riva.
Il felino incominciò a sputacchiare e in preda alla collera si scrollò di dosso tutta l’acqua, guardò Roma e fuggì.
“Fulmine Fulmine”
Tutta la notte a chiamarlo. Ma di Fulmine nemmeno l’ombra.
Dopo qualche giorno lo ritrovò in compagnia di un altro gatto.
Il nuovo amico di Fulmine aveva al collo uno squillante campanellino.
Il vecchio si avvicinò al suo gatto che, riluttante, si fece prendere e lo buttò nel sacco.
Si incamminò pian pianino lasciandosi alle spalle l’altro gattino.
Un rumorino tintinnante lo seguiva TIN TIN TIN.
Si voltò e vide che era inseguito dal micio con il sonaglio.
Gli si avvicinò e gli parlò fioco fioco.
Il gatto si strusciò ai suoi pantaloni con la coda protesa in su come un’antenna, una, due volte.
Lo accarezzò e con una mossa veloce lo afferrò e lo infilò nel suo sacco.
“Va a fa compagnia ar tu compare! Va”.
Aggiunse con la sua solita parlata caratteristica.
Un pò di animazione in quel sacco,ma dopo un po’ dondolando dondolando i gatti si appisolarono. “Bisogna da rimedià un nome per gattino novo!” disse a Fulmine il vecchio Roma.
La palla di neve si avvicinò a fargli le fusa, come se avesse capito l’intenzione.
Roma oramai conquistato, guardò il nuovo inquilino e notò che non era un lui ma era una lei e dunque “Se te te chiami Fulmine lei la chiamamo Bufera così a chiunque me chiederà che cosa porto ner mi sacco non farò artro che responne Bufera e Fulmine”.
I bambini creduloni vedendo il sacco più gonfio e agitato sgattaiolarono via più alla svelta del solito.
Certo, da solo che era a ritrovarsi con due ospiti fissinon era facile sbarcare il lunario e per questo si affidò alla magnanimità della gente.
Si fermava da Romoletto che gli diceva: “A RO piiate sto bell’abbacchio co e patate”.
E poi passava davanti all’osteria di Sor Meco che annaffiava quella lauta cenetta e poi tutti e tre accaldati andavano a dormire sotto il ponte.
Era proprio felice il signor Roma, Lui, il suo sacco e i suoi amici.
Finché un giorno trovò una signora che lo accusò di averle rubato la sua gattina, tanto tenera ed indifesa.
Lui non si poté difendere e lo misero in prigione.
Anzi li misero in prigione, perché la guardina toccò anche a Fulmine, il solo vero innocente.
Scontarono un mese di sano e fresco riposare.
Al mattino ricca colazione con biscottini secchi e caffellatte, pranzo e cena sempre puntuali e il tutto annaffiato con del buon vino rosso.
Il giorno del congedo i secondini del carcere li salutarono con dispiacere e lemme lemme ritornarono a girovagare.
A sera, stanchi di quel gironzolare senza meta, si fermarono sugli scalini della chiesa.
E chi trovarono?
Bufera vagava da giorni alla loro ricerca, era tutta sporca, era lì che leccava due gattini nuovi, piccoli piccoli.
Gli occhi di Roma brillarono di felicità e dando una pedatina affettuosa a Fulmine gli disse:
“An vedi er filibustiere!… E che famo ora co la su padrona?”.
Il giorno dopo si presentò la padrona di Bufera, tutta truccata, e dall’aspetto corrucciato, sopra due tacchi sottili che facevano Tip tap tip tap sottili come le sue parole.
Si rivolse a Roma con acidità e gli disse “Quella gatta piena di pulci se la può tenere!”.
Il signor Roma pensò che quella maligna signora forse non sapeva che cosa fosse la solitudine.
Forse non aveva nemmeno bisogno di quei piccoli esseri.
Avrebbe voluto spiegarle di quanto le potevano riempire il cuore di felicità ma, senza aggiungere niente, la guardò con sufficienza, prese delicatamente i gattini e li mise nel suo sacco.
Decise di chiamarli: uno Lampo e uno Saetta.
Così a chi avesse chiesto cosa portasse nel sacco, lui avrebbe risposto: “La Tempesta! Fulmine, Bufera, Lampo e Saetta”.
I bambini videro passeggiare il vecchio, sempre più gobbo e con quel sacco sempre più pieno fuggirono un’altra volta.
Una sera di luna piena Roma prese la sua famigliola e la portò sopra un tetto.
I gattini faticosamente annasparono per salire tra le tegole rotte e spioventi, poi tutti in fila, rabbuffati da labili aliti di vento incominciarono ad intonare una serenata melodiosa alla luna che splendeva nel cielo stellato.
MAO MAOOOO MEO MEOOOO tutta la città li ascoltava.
Quell’aura solleticò l’ispirazione di Roma e dalla sua bocca cominciarono a fluire parole chiare che dicevano così: “Vedete quella cosa che brilla lassù nel cielo tutta avvolta da archi e dischi luminosi? E’il diamante più grande del mondo. Esso è avvolto da una magico mistero e per questo è visibile solo di notte”.
I gattini lo ascoltavano come se intendessero le sue parole.
“Tanti anni fa alcuni uomini tentarono d’ impadronirsene; essi scesero dopo giorni e giorni di viaggio da un’astronave partita da molto lontano e toccarono il suo suolo con leggerezza per paura di scalfirlo.
Ma si accorsero che la sua crosta si era trasformata in un luogo scabro e sassoso.
Non sapevano spiegarsi il perché.
Dalla Terra si delineavano disegni arcani, effetti di luce, una cosa straordinaria.
Gli astronauti come estromessi da quel luogo etereo ed intoccabile tornarono sulla Terra ” e lui, come convinto della sua fantasia, aggiunse: “Non voglio astronauti sulla mia luna; è solo un rifugio per i sogni di noi pellegrini!”.
Bufera adorava i fiori e Fulmine lo sapeva bene.
Un giorno la portò con i suoi piccoli in un bel giardino, dove le farfalline svolazzavano qua e là e le coccinelle guarnivano i frutti del melo quando MIAO MIAOOOOO e PUMMM!!
A disincantare l’atmosfera arrivò loro una scarpa vecchia, buttandoli giù come birilli e spaventandoli.
Poi un bel giorno, il signor Roma trovò una cagnetta.
La guardò, la riguardò, fece spalluccia, girò furtivamente lo sguardo, un pò di qua e un pò di là, osservò che nessuno lo guardasse.
BAUUUHH!!… e la mise dentro il sacco.
Pensò subito a quale nome darle ma dopo poco da quella balla sulle sue spalle, una gran cagnara, un gran movimento, BAU MAO MAU BAO il sacco si ruppe, ne uscì la cagnetta tutta graffiata con le orecchie appiattite guardò Roma e poi fuggì.
Il vecchio con lo sguardo malinconico seguì la cagnetta e pensò al nome che le avrebbe potuto dare, aveva nostalgia di pronunciare un solo nome, Lillà.

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