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IO asino primo

Antonio Rubino - Editrice Boschi - Milano

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Vi presento un bimbo vano,
falso, ghiotto e punto bello:
quando parla fa il villano;
vuole questo, vuole quello.

Sopra i vizi del marmocchio,
sui capricci ch’egli fa,
la mammina chiude un occhio,
due ne chiude il suo papà.

Così fan del lor piccino
un perfetto birichino.
“Io” lo chiamano, perché
è un bambino pien di sè.

Sempre tengono le Bizze
a quel bimbo compagnia:
sono vecchie, sono vizze,
sono figlie dell’Arpia.

Istigato dalle vecchie
quel testardo s’impuntiglia:
gli s’allungano le orecchie
e ad un asino assomiglia.

C’è una strega, la Pigrizia,
che lo tiene tardi a letto,
poi gli dice con blandizia:
“Non lavarti, tesoretto!”.

C’è la Gola, grassa, grassa,
che lo ingozza di ciambelle,
lo rimpinza di melassa,
di croccanti e caramelle.

Ma il goloso nulla tocca:
fa le smorfie con la bocca
e tra i cibi da inghiottire
non sa quale preferire.

Sulla tavola imbandita
le pietanze sono tante
che la roba più squisita
gli diventa nauseante.

Grazie al fiele viperino
che la Collera gl’istilla,
l’irascibile bambino
urla, smania, graffia, strilla.

La sua perfida linguetta
si tramuta in viperetta:
lancia sibili cattivi
ed epiteti offensivi…

Come fanno gli asinelli
indomabili e ribelli,
IO con collera bislacca
tira calci e tutto spacca.

La Superbia tronfia, tronfia,
col soffietto in un momento
per benino lo rigonfia,
lo rimpinza del suo vento.

Così gonfio a più non posso,
e sul punto di scoppiare,
IO si crede un pezzo grosso,
IO si crede un luminare.

Colla maschera sul volto
La Bugia, gran sorniona,
a quell’IO superbo e stolto
vuole metter la corona.

Dice: “O bimbo saputello,
vieni, vieni a me vicino!
Io ti nomino Re Bello,
Re Modesto e Re Carino!”.

A quei detti ingannatori
la Sigonra Verità
dal suo pozzo salta fuori
e scappar la vecchia fa.

E, siccome la Bugia,
sulle gambe è mal piantata,
vien raggiunta a mezza via,
vilipesa e smascherata.

Poi la Fata Verità
prende il bimbo per l’orecchio
e gli dice: “Vieni qua
a guardarti nello specchio.

Tu sei brutto, sei malvagio,
pieno sei di cattiveria:
per castigo andrai randagio
nel Paese di Miseria.

E il Paese di Miseria
è un paese brutto assai,
brutto più della Siberia,
pien di spine, pien di guai!”.

Per quell’aspra e nuda landa
“IO” s’avvia tutto impettito
e un’arietta blanda, blanda
gli risveglia l’appetito.

Il fanciul con faccia seria
si rivolge alla Miseria:
“Voglia subito, padrona,
comperar la mia corona!”.

Ma la donna quel tesoro
butta via tutta indignata:
“Essa” dice “Non è d’oro!
E’ di carta colorata!”.

“IO” con ira alla donnina
dice allora: “Brutta strega!”
E la lingua viperina
gli s’allunga e gli si slega.

Per risposta la donnetta
gli richiude l’uscio in faccia
e quel colpo taglia netta
quella pessima linguaccia.

E un uccello a tradimento
scende a dargli un colpo secco
e a sgonfiarlo del suo vento
colla punta del suo becco.

Povertà, buona comare,
dice ad IO: “Perché t’affanni?
Avrai pane da mangiare
se mi lavi questi panni”.

Il fanciullo, ch’è affamato,
a lavar tosto si pone,
lì per lì riconciliato
col lavoro e col sapone.

Sbadigliando d’appetito
fino a sera egli lavora
e riceve un pan muffito,
che non mangia, ma divora.

E, siccome il pan sudato
è un rimedio dei più rari,
che guarire in men d’un fiato
fa le orecchie dei somari,

“IO”, mangiandolo, diviene
buono, docile e per bene.
Più modesto e intelligente
IO, mangiandolo, si sente.

Perché al mondo c’è un segreto
molto bello da imparare:
per aver l’animo lieto
basta un verbo: lavorare!

IO rincasa che è un modello
di bellezza e di bontà
e, al vederlo così bello,
la sua mamma e il suo papà

sgranan gli occhi, ch’eran usi
di tener (purtroppo) chiusi:
con il giubilo nel cuore
sgranan gli occhi di stupore.

Da quel giorno il piccol IO
un somaro più non è,
ma un ragazzo pien di brio
e un po’ meno pien di sè!

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