La storia di Cipì

Ecco la filastrocca scitta dall'insegnante Martina e recitata in una festa di fine anno dai suoi 21 alunni. (1 gennaio 2008).

C’era una volta e ancora c’è
un bel paese, tu sai perché?
Disteso al verde e al sole
in mezzo a un campo di viole
c’era un palazzo che il cielo sembrava toccare
da lì un passero avrebbe imparato a volare.
E quella che vi stiam per raccontare,
più che la storia è l’avventura
di un uccello senza paura.
Tutto iniziò un bel dì
con la nascita di Cipì.

Questo passerotto ancora non aveva imparato a volare
che già il mondo voleva visitare
e, visto che tra i suoi fratelli era il più birichino,
un bel giorno piombò su di un camino.
Salta di qui, salta di lì
nel buco fondo e nero lui finì.

Patapunfete patafunfetò
il suo povero cuore per poco non scoppiò.
Prigioniero era diventato
di un gruppo di bimbi davvero spietato;
lo chiusero in gabbia, con un filo alla zampetta
e la sua Mamì nulla poté fare, poveretta!
Fu grazie ad un bisticcio
che Cipì si salvò da questo pasticcio,
stanco di essere maltrattato
beccò forte la manaccia che gli toglieva il fiato,
subito al cielo le ali frullò
-Libero, libero!- a tutti gridò.

Intanto la primavera era da poco iniziata
e la natura sembrava risvegliata.
Quante cose Cipì vuole sapere!
Mamì è lì pronta per fargliele vedere.
Palla di fuoco, Nastro d’argento e i fiori colorati
-Che spettacolo!- dicon tutti meravigliati.

In un campo, sola se ne stava
una timida margheritina che la testa allungava
e da Palla di fuoco si faceva baciare:
la solitudine non poteva più sopportare.
Un dì vedendo Cipì nel ciel volteggiare
gli chiese se suo amico voleva diventare,
un compagno con cui parlare aveva trovato
pensò il fiorellino in mezzo al prato.

Ma il mondo di pericoli è popolato
-State ben attenti!- Mamì aveva cinguettato.
Cipì per nulla spaventato
al gatto cattivo si era avvicinato,
gli artigli nascosti lui voleva vedere
e gli si appressava senza temere.
L’animale baffuto che pareva dormire,
di scatto si alzò e lo andò a ghermire,
lo rincorse a zampa sciolta,
ma Cipì fu su nel ciel a sua volta.
-Son salvo!- disse ancora spaventato
mentre guardava il suo didietro spennato.

Raggiunse lesto lesto gli amici
che in un campo del gran mangiavan felici,
fino a quando un tubo luccicante a lui si avvicinò
-Rimaniam a beccar ancora un altro po’,
io non ho paura!- Cipì gridò.
All’improvviso un tuono scoppiò
e un suo amico a terra stramazzò.
Troppo incosciente Cipì era stato
e la sua amica ferita Passerì, in un cespuglio aveva trascinato.

La curò e la imboccò amorevolmente
perché si riprendesse velocemente,
Palla di fuoco, la luna e le stelle che nel ciel brillavano
guardavan contenti i due che intanto s’ innamoravano.

Le piante il loro abito nuziale avevan abbandonato
e il verde grembiul di fatica indossato,
tanti buoni frutti iniziavan a maturare
e nei prati mille occhi colorati a spuntare.
Passerì era ormai guarita
e con Cipì iniziò una nuova vita;
un posto per il nido inziaron a cercare
sicuro dove il sole tardasse a tramontare.

Ma un giorno all’improvviso
la guerra scoppiò in quel paradiso.
Palla di fuoco si era appena coricato
quando il vento soffiò molto arrabbiato,
una nuvola nera veloce avanzò
e la luna nel cielo oscurò!
Squarciò il buio un improvviso bagliore
e tra gli uccelli del tetto fu gran stupore!
Quello che accadde non si può raccontare,
ve lo farem quindi ascoltare.
Possiam solo dire che Palla di fuoco alla fine spuntò
e con le sue lance dorate il mondo in pace abbracciò!

Intanto Cipì accanto al nido si accovacciava
e su la sua amata in dolce attesa vegliava.
Di settembre un bel mattino
tre teste dal guscio fecero capolino.
-Papà son diventato!-
urlava Cipì senza più fiato.
Da Margherì rapido si diresse,
perché la bella notizia subito sapesse.
Ma non appena giunse nel prato,
vide che l’uomo l’erba aveva falciato;
il fiorellino stava per spirare
e il suo fedele amico era lì vicino a lacrimare.
Il mondo si fermò triste e muto
chinò il capo e a Margherì diede l’ultimo saluto,
Palla di fuoco con il cuore gonfio di pianto,
si rifugiò in un nebbioso manto.

L’autunno era ormai alle porte
con le sue giornate sempre più corte,
il vento sulla sua groppa le rondini faceva salire:
verso paesi caldi dovevan partire,
le ultime foglie gialle dall’albero staccava
e le sue braccia nude al cielo alzava.
Palla di fuoco i suoi deboli raggi sulla terra mandava,
ma il freddo però sempre più forte diventava
e con punte di spillo velocemente
colpiva i passeri implacabilmente,
ma questi che non volevan migrare
contro il gelo e nubi nere rimasero a lottare.

Passarono i dì e il freddo aumentò
finchè un mattino la neve cascò!
Farfalle bianche volteggiavan nel cielo
ricoprendo la terra di un candido velo,
i poveri uccelli non avevan di che beccare,
ma non si stancaron di cercare.

Dopo lunghe esplorazioni
gli uccelli trovaron gialli bocconi
che sembravan dire:- Venite a beccare,
perché state lì ad aspettare?
Troppo digiuno avevan patito
per resistere a un così allettante invito.
E mentre planavan per farsi il gozzo
Cipì cinguettò a più non posso
:- Fermi, fermi questo è un tranello!
E la festa finì sul più bello.
La fame alcun passeri più non trattenne
e quei poverini ci rimisero le penne!
Fu fredda e infelice quell’invernata,
poiché la popolazione del tetto fu dimezzata.

Una sera fredda e scura
Cipì ebbe una gran paura:
si accesero d’improvviso due scintille brillanti
che illuminaron il buio lì davanti!
-Che cosa è stato?-
chiese a Passerì tutto spaventato.
Era il signore della notte che dava consigli
agli uccelli come se fossero suoi figli,
raggi di luce e ombre di comignoli mangiava,
il tremolio delle stelle sorseggiava.
-Io non ci credo!- Cipì brontolò.
- Qui c’è del marcio e io lo scoprirò!

Nutriva Cipì molti sospetti,
iniziò così a svolazzare tra i tetti.
Tutti i passeri interrogava preoccupato:
-Chi era davvero quell’uccello dal becco uncinato?
Mentre senza sosta indagava,
vide Beccodolce tutta rattristata:
uno dei suoi figlioli aveva perduto,
era partito sul far della sera, senza un saluto!
Con due stelline andava a conversare
disse prima di non ritornare.

Era Cipì sul suo nido ritornato da poco
quando nel ciel vide due stelline brillar come il fuoco,
da ogni parte sprigionavan bagliori accecanti
e parlaron a due uccelli che era lì davanti:
- Dal ciel veniam e siamo qua
per portarvi nel paese della felicità!
Passerì a quelle parole saltò dalla paura:
dietro le due stelline c’era un ombra scura,
al signore della notte apparteneva
di cui poco o nulla si sapeva.
Ma i loro amici non avevan fatto attenzione,
il buio li inghiottì subito senza esitazione!

Il signore della notte non era un saggio di buon cuore,
in verità era solo un impostore.
- Tutto il popolo del tetto deve essere avvertito!-
pensò Cipì davvero atterrito.
Sul grande albero si dovevan radunare
gli uccelli che il racconto di Cipì volevan ascoltare.
Iniziò Cipì la sua confessione
e tra i passeri ci fu subito una gran confusione.
- Viva Cipì!- gridavan alcuni da un lato.
- Abbasso Cipì!- cinguettavan altri con tono esaltato.

Molti a Cipì non avevan creduto
e gli avevan tolto il saluto.
Delle prove si dovevan procurare.
-Sì, ma dove andarle a cercare?
Chiese aiuto alla luna, d’argento vestita,
ma si rifutò tutta stizzita.
- Il signore della notte è amico mio,
allontanatevi, per l’amor di Dio!
Supplicò il sole grande e potente,
ma non lo aveva visto una volta solamente.
Rincorse le nuvole che giravan per il mondo
e furon gentili in fondo in fondo.
-Andate dal vento, senza timore
anche se è burbero ha un gran cuore!
Il vento accolse la richiesta d’aiuto,
Cipì però doveva aspettare e non certo un minuto.
Trascorsero i mesi e la primavera arrivò
e della promessa fatta il vento si ricordò,
come una furia arrivò
e agli uccelli radunati questo gridò:
- Volete una prova? Vediamo un po’!
Nel buco del signore della notte la testa infilò
e tutto quel che c’era dentro fuori tirò.
Le mamme tristi e disperate
guardavan le penne dei loro figli lacerate.
Fu così infine svelato
il mistero dell’uccello dal becco uncinato.
Il popolo del tetto l’impostore doveva far scappare,
alle sue parole nessun si doveva più incantare!
Dopo dodici notti e dodici dì,
affamato e pieno di vergogna lui fuggì.

I giorni che seguiron furon lieti e felici:
tutti eran ritornati amici.
Dopo la pioggia era venuto il sereno,
di buonumore ogni cuore era pieno.
Il mondo faceva la danza del sorriso
Cipì e Passerì vissero per sempre in quel paradiso.
Tutto ciò che nella vita avevan imparato
ai loro figli lo avevan insegnato:
il valore dell’onestà e della bontà,
distinguere il vero dalla falsità,
avere il coraggio di lottare
se liberi si vuol volare!

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2 risposte a “La storia di Cipì”

  1. benny scrive:

    La storia è carina compreso la filastrocca!!!!!

  2. rossella scrive:

    penso che questa storia insegna molto.

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