Il ragno
Enrico Cavacchioli
Tratta da Le ranocchie turchine, Edizioni di «Poesia», Milano 1909
Leggiamo insieme Il ragno di Enrico Cavacchioli
Foglie di rose gialle
al vento che le chiama
risospinte alla rama:
che voli di farfalle!
Che risa d’albicocchi!
Guardano nella luna
la notte che s’aduna
spalancando quattr’occhi.
S’adornano mortelle
profumate di notte,
mentre con interrotte
voci chiaman le stelle,
ed un insetto acquatico
sopra una ragnatela
nell’insidia si vela
con un passo acrobatico.
Il ragno aspetta: Sirio
sfavilla: la sua bocca
fila nubi alla rocca
d’un tacito delirio,
e con un inconsulto
moto d’orco restìo
si volge a lunatìo
perché trema un virgulto,
e corre in contro, e attira
la preda che vacilla,
mentre che il filo brilla
e dondola, e si stira.
Su quel filo d’argento,
movendo dieci gambe,
incontro a stelle strambe
va il ragno sotto vento.
Or trova quattro rondini
e si nasconde, e trema:
con dieci gambe rema
piccolo sopra ai mondi.
Trova un areoplano
e dondola la testa:
le stelle ornate a festa,
lo chiamano pian piano,
e fan cadere tracce
visibili di pianto,
mentre velan l’incanto
nivale delle facce.
Ma vede il ragno e adesca
una rondine strega:
spezzata si ripiega
la sottil via ragnesca…
Intesso ora i miei sogni
ad un telaio meccanico:
passa il vento oceanico
ebbro di tre cotogni.
E giunge la tempesta:
cozzan barche alla riva,
che per l’onda cattiva
han perduto la testa.
Sbatton vele frementi
simili a fazzoletti;
vibran cordami, stretti
in duri abbracciamenti…
Odore di maretta
ho sentito e di pesca,
e la tua bocca fresca
la mia bocca ha costretta!

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