Storia di una fetta di polenta

Silvio Valdevit Lovriha

Storia di una fetta di polentaSilvano che abita ad Andreis e che va verso i novanta anni di età, tra altre storie, ci ha raccontato anche questa, che penso meriti di essere trascritta e conosciuta.

“Una mattina del 1944, quando avevo sette anni, mi trovavo con mia mamma in piazza a Montereale Valcellina e stavamo per tornare a piedi a casa, per la tortuosa via che costeggiando il torrente Cellina arriva su su fino alla diga del Vaiont (a quell’epoca non era ancora stata costruita l’attuale lunga galleria di quattro chilometri).Piangendo dissi a mia madre: “Sono sfinito, ho solo fame, tanta fame, non c’è la faccio a camminare”. Mi rispose: “E adesso come facciamo che sono del tutto senza soldi? Che non posso andare in bottega a comprarti niente? Aspetta: non mi resta altro che provare a chiedere alla mia amica, che lavora presso una ricca famiglia, se ci può dare almeno una fetta di polenta”. L’amica, di nascosto e rischiando, ci diede ben incartata una bella fetta di polenta e cosi, mangiandola, ripresi le forze e così tornammo a casa.

Una storia normale, se non fosse per quello che vi aggiungo adesso. Naturalmente quella volta, affamato com’ero, mangiai avidamente quella benedetta fetta di polenta, che però non mi piacque. E sapete perché? Perché era salata e noi non eravamo abituati a questo gusto. Noi, poverissima gente, non avevamo il sale e dunque la nostra polenta era senza sapore, scipita. A differenza dei ricchi che con i soldi che avevano il sale se lo potevano permettere! Non solo  il sale, anche tutto il resto, il pane, la carne, più paia di scarpe e il cambio dei vestiti.

Eravamo in tempo di guerra, che però, come s’e’ visto, non erano tempi uguali per tutti”.

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