Il salice e la vecchia panchina
Sanja Rotim

Volete sapere perché il salice è sempre accompagnato dall’aggettivo piangente? Adesso vi racconto una storia.
In un parco si trovavano l’uno accanto all’altro un bellissimo e rigoglioso salice e una vecchia panchina di legno, che si facevano compagnia da tanto tempo. Intorno a loro c’erano altre panchine, altrettanto segnate dal tempo come la panchina della nostra storia.
Era l’unica che si trovava vicino a un salice. Forse la sua posizione le permise di diventare la preferita dei frequentatori del parco che la soprannominarono “la panchina accanto al salice”. La vecchia panchina e il salice andavano molto d’accordo. Ormai si conoscevano da tanti anni,
avevano vissuto insieme tante primavere e altrettanti inverni. Durante l’estate il salice dai rami lunghi gettava una piacevole ombra sulla panchina e i visitatori del parco facevano a gara per occuparla. Ma soprattutto durante la primavera, quando un venticello faceva svolazzare i suoi lunghi rami dove si posavano e cinguettavano gli uccellini, la sua maestosa figura faceva sognare grandi e piccini e attirava i frequentatori del parco a sedersi lì. In autunno la natura si colorava di giallo-arancione ed era altrettanto pittoresco sedersi su quella panchina e sognare a occhi aperti. L’unico periodo in cui il salice e la panchina soffrivano un po’ la solitudine era l’inverno perché la gente di solito stava a casa davanti ai camini, al calduccio a sorseggiare le tisane calde. Ma in ogni caso il salice e la vecchia panchina erano lì l’uno accanto all’altro e si parlavano e ricordavano il loro passato in attesa della bella stagione.
Così il tempo passava più in fretta e in modo piacevole. C’erano tante di quelle storie interessanti da non dimenticare. Come, per esempio, le coppiette
che si erano date il primo bacio su quella panchina, le ragazzine che si confidavano l’una con l’altra, quelle che spettegolavano delle loro amiche, oppure le mamme affaticate che si fermavano lì per la merenda dei loro bambini. Anche i vecchietti erano tenerissimi. A volte stavano lì ore e ore e fermavano qualcuno con qualche scusa solo per scambiare qualche parola. C’erano anche le coppie che si promettevano amore eterno ma poi si lasciavano. Gli studenti che leggevano libri, oppure qualche persona che si appisolava. Durante l’inverno il salice e la panchina ricordavano tutte queste storie, a volte ridendo e scherzando.
“Ti ricordi quei ragazzi che incisero i loro nomi sul mio schienale? Che dolore, incoscienti”, disse la panchina. “Me lo ricordo bene, i nomi sono ancora lì”, rispose il salice ridendo.
Così passarono gli anni, il salice diventava sempre più bello e maestoso, la sua chioma sempre più rigogliosa. I suoi rami arrivavano fino a toccare il suolo. Una volta persino un pittore si fermò lì a dipingerlo e il salice ne fu molto fiero. La sua gioia fu ancora più grande quando vide che sul dipinto c’era anche la panchina e non si notava che era ormai vecchia. Era venuto fuori un vero e proprio capolavoro!
La panchina invecchiava, il suo legno diventava sempre più rovinato, segnato dalle piogge e dal tempo vissuto. Le mancavano persino alcuni pezzi, era scheggiata qua e là. Ma anche le altre panchine di quel parco erano più o meno nelle stesse condizioni, il tempo era stato impietoso anche con loro.
In città arrivò poi il momento delle elezioni per eleggere il nuovo sindaco e uno dei candidati promise alla cittadinanza che avrebbe migliorato la città, investito parecchio per abbellire le strade, le scuole, i parchi. La gente fu entusiasta delle sue promesse e così venne eletto. Si vociferava che avrebbe cambiato tutte le panchine di quel parco, sostituendole con altre nuove, più eleganti e di pietra. Quando giunse questa notizia fino al parco, le panchine iniziarono a preoccuparsi e anche il salice andò in ansia, soprattutto per la sua amica panchina, che iniziò a tremare dalla paura.
“Mi toglieranno da qui, mi butteranno, cosa ne sarà di me?”, si lamentava spaventata. Il salice cercò di incoraggiarla ma gli scappò qualche lacrima. Per fortuna la panchina non se ne accorse. “Vedrai che ti trasformeranno in qualche bell’oggetto. Magari un trenino di legno per i bambini, così potresti stare sempre in buona compagnia”, il salice cercò di nascondere l’emozione. “O magari diventerò una scatola portagioielli, sarebbe romantico”, anche la panchina cercava di farsi coraggio. “Oppure un piffero, forse riconosceresti il mio suono. Magari qualcuno si siederebbe ancora sulla nuova panchina e suonerebbe per te”. “Ti riconoscerò qualsiasi cosa tu diventerai, te lo prometto”, disse convinto il salice. Ma continuava a piangere e la vecchia panchina adesso poteva vedere le sue lacrime. “Grazie, amico. Mi dà sollievo saperlo”, rispose lei con sincerità.
Iniziarono a mettere i cestini nuovi nel parco e cambiarono anche i giochi per i bambini. Arrivarono anche le ruspe per rifare i sentieri e per togliere le panchine. L’addio fu straziante per entrambi. Quando misero una panchina nuova accanto al salice fu altrettanto doloroso. Soprannominarono anche questa “la panchina accanto al salice” e anche essa diventò la panchina preferita di tutti. Ma il salice non lo poteva accettare. Nessuno poteva prendere il posto della sua vecchia amica.
La vecchia panchina non diventò né un giocattolo, né una scatoletta, ma finì nella discarica da dove venne recuperata da una coppia di vecchietti per il loro camino e per scaldare la loro casa durante l’inverno. Il caso volle che proprio in quella casa finì anche il quadro dipinto dal pittore nel parco, o forse, chissà, era lì perché niente succede per caso nella vita. Così la vecchia panchina nei suoi ultimi istanti di vita ebbe davanti l’immagine di quello che le era più caro al mondo e le fu di molto conforto: divenne una nuvola di fumo, si alzò in cielo e il salice guardando in alto la riconobbe subito. Da allora continua a piangere e lo fa anche ai giorni nostri.
Ecco, adesso sapete la storia.