La nonna Marta e la sua gatta
Sanja Rotim

Negli ultimi tempi la nonna Marta si sentiva molto triste. Una volta nella sua villetta con giardino abitava anche il figlio con la sua famiglia. Purtroppo per motivi di lavoro si era dovuto trasferire in un’altra città. E alla nonna Marta mancavano tanto soprattutto i suoi due nipoti, Serena di cinque anni e Luca di otto. Prima quella casa sprizzava di gioia e allegria , ma adesso era vuota e triste e anche troppo grande adesso che era rimasta sola. Il figlio le aveva proposto di venderla e di trasferirsi da loro, ma lei aveva rifiutato. Lì conosceva i vicini di casa e aveva due vecchie amiche nella casa di riposo che era a pochi passi di distanza. Non si può spostare così facilmente una persona anziana!
La nonna Marta era abbastanza in gamba per la sua età. Si occupava da sola della casa e del giardino, cucinava, andava a fare la spesa nel vicino supermercato e ogni primo del mese andava in posta a ritirare la pensione. Andava una volta alla settimana alla casa di riposo a giocare a carte con le amiche dove aveva conosciuto altri vecchietti. Il figlio le telefonava spesso, era molto in pensiero per lei. Ma lei ogni volta lo tranquillizzava: “Non ti preoccupare, figliolo, sto bene. Sono ancora autosufficiente per fortuna. Piuttosto come stanno i miei due angioletti? Mi mancano così tanto”. Il figlio voleva che assumesse qualcuno che l’aiutasse almeno nelle faccende domestiche ma lei aveva rifiutato anche questo. Non poteva stare ferma tutto il giorno e non fare niente. Anche così aveva fin troppo tempo libero a disposizione. Di solito dopo pranzo accendeva la televisione e guardava le sue serie preferite. Poi si dedicava al lavoro di maglia ai ferri. Per fortuna vedeva ancora abbastanza bene. Ma le serate erano un po’ lunghe e in solitudine senza poter scambiare parola con qualcuno. Non voleva ammetterlo al figlio perché sapeva che anche per loro non era stato semplice il trasferimento. I figli avevano dovuto cambiare la scuola e l’asilo e trovarsi nuovi amichetti. Luca aveva anche giocato a calcio nella squadra dell’oratorio. Dicevano tutti che era proprio bravo, gli allenatori erano molto dispiaciuti quando avevano saputo che si sarebbe trasferito. Gli avevano preparato una festa d’addio che era stata bella ma un po’ commovente.
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La nonna Marta aveva da sempre l’abitudine di lasciare fuori dal cancello della sua villetta una ciotola con il cibo per cani e gatti randagi. La riempiva ogni mattina con le crocchette oppure con gli avanzi dei suoi pasti. Un freddo giorno d’inverno davanti a quella ciotola vuota trovò un gatto tutto tremolante. Stava lì accovacciato e spaventato, senza muoversi. Non sembrava che avesse voglia di andarsene. “Ma guarda, che sorpresa. Bello, non avrai mica dormito qui, con questo gelo? Dai, entra, tremi tutto. Ti devi scaldare un po’, così rischi di ammalarti”, disse la nonna Marta preoccupata facendo entrare il gatto in casa. Si diede da fare per trovare una cesta e un cuscino morbido su cui fare accomodare il gatto. Il gatto si acciambellò e si addormentò subito. La nonna Marta prese una copertina di lana e lo coprì facendo attenzione a non svegliarlo. Lo guardava con tenerezza. Quando si svegliò il gatto sembrava essersi ripreso. Cominciò a guardarsi intorno incuriosito e a esplorare tutta la casa. “Tu sei una gatta, se vuoi puoi anche rimanere qua, tanto io sono tutta sola soletta”, “Miao”, disse la gatta. “Questo lo prendo per un sì”, le sorrise contenta la nonna Marta. “Come potrei chiamarti, vediamo un po’. Mi piace Viola, è proprio un bel nome, tu cosa dici?” “Miao”. “Va bene, cara, vedo che andiamo subito d’accordo”, scherzò con la gatta. Quel giorno la nonna Marta non uscì, tanto aveva abbastanza cibo in casa. Non voleva lasciare subito la sua nuova amica da sola. “Viola, Violetta, la mia micetta”, sembrava proprio felice la nonna Marta quando si rivolgeva alla gatta. Non aveva più quell’espressione malinconica dei giorni precedenti.
Il giorno dopo la nonna Marta uscì per andare a fare la spesa e si sbrigò per tornare al più presto possibile per non lasciare la gatta troppo tempo da sola. Ma la gatta Viola non sembrava turbata per niente, come se fosse sempre stata lì. Ormai girava liberamente per la casa e conosceva ogni angolo. La nonna Marta si rese conto che si sentiva meno triste per la prima volta da quando se ne era andato il figlio. “Viola, Violetta, la mia micetta, cosa vuoi mangiare oggi? Ti ho preso questo al supermercato”, le riempì la ciotola con delle crocchette. “Miao, miao” “Allora vuol dire che approvi”, sorrise divertita la nonna Marta. Intanto suonò il telefono e lanonna Marta rispose con voce allegra e squillante. “Pronto, chi parla. Carlo, sei tu, amore, come stai?” “Mamma, che bella voce che hai oggi. Che cosa è successo, c’è qualcuno lì con te?” le chiese subito. Voleva raccontargli della gatta ma all’improvviso cambiò idea. Forse lui non avrebbe approvato che ospitasse un gatto randagio. Così mentì: “Sì, hai indovinato, gioia. C’è Viola, una mia vecchia amica”, fece l’occhiolino alla gatta. “Viola, non me ne hai mai parlato, mamma. Come l’hai conosciuta?” “Andavamo insieme a scuola”, disse allegramente la nonna Marta. Il figlio sembrava contento che la mamma avesse ritrovato una vecchia amica, ma gli pareva un po’ strano che non avesse mai parlato di lei. Comunque le disse che i nipoti stavano bene e pian pianino si stavano abituando alla nuova casa anche se la nonna mancava tanto anche a loro. Non vedevano l’ora che arrivassero le ferie per poterla incontrare e riabbracciare.
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La nonna Marta e la sua gatta andavano molto d’accordo. Ogni giorno sembravano più in sintonia. Intanto era passato il freddo inverno e la primavera era arrivata, riempiendo i giardini di boccioli e di fiori profumati e colorati. La nonna Marta e la gatta Viola passavano spesso le giornate nel giardino della loro casa. La gatta si appisolava sotto il ciliegio e passava così ore e ore beata. La nonna Marta si sedeva accanto a lei e sferruzzava o leggeva qualche rivista femminile. “Tu mi sembri ingrassata tanto nell’ultimo periodo. Fai fatica anche a muoverti. Ma, guarda un po’, porti dei cuccioli, cara. Me ne sono accorta solo adesso. Che tenerezza che mi fai”. La gatta avrebbe presto dato alla luce dei gattini. “Devo iniziare a chiedere in giro chi sarebbe contento di prenderli una volta che si possono staccare dalla mamma”, disse la nonna Marta alla sua gatta. “Miao” “Questo per me è un sì. Chiederò prima ai vicini di casa visto che anche loro hanno un bel giardino”. Così iniziò a indagare su chi potesse essere disposto a prendere, curare e amare un gattino. Ne trovò ben quattro interessati. La gatta era molto stanca e dormiva grande parte della giornata. La nonna Marta continuava con le sue abitudini, recandosi una volta alla settimana alla casa di riposo e raccontò alle sue amiche della gatta. Anche loro si erano accorte che la nonna Marta sembrava molto più allegra.
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Nello stesso paese della nonna Marta abitava un ragazzo di ventun’ anni di nome Gabriele. La vita non era stata molto generosa con lui. All’età di dieci anni aveva perso entrambi i genitori in un incidente stradale. Tutti li conoscevano, il padre era il panettiere del paese e la mamma faceva la maestra alle scuole elementari. Dopo l’incidente fu affidato alla zia paterna con la quale non andava molto d’accordo. In quel periodo sembrava arrabbiato con il mondo intero. Diventò un ragazzo ribelle, procurò molti dispiaceri alla povera zia. Si immischiò spesso in qualche zuffa a scuola o in giro per il paese. La zia veniva chiamata regolarmente a scuola a discutere con le maestre del suo comportamento, ma non sapeva come avrebbe potuto aiutarlo di più visto che era seguito anche dagli psicologi. In più anche lei non riusciva a superare la perdita del fratello e della cognata e purtroppo aveva iniziato a cercare conforto e distrazione esagerando con le bevande alcoliche. Quando compì la maggior età, con il dispiacere della zia, Gabriele decise di andare a vivere da solo nella casa dei genitori che non avevano mai venduto. Non si sapeva di preciso come potesse fare a mantenersi. Si sapeva che purtroppo era stato in prigione un paio di volte per piccoli furti e borseggi. Insomma, aveva intrapreso una brutta strada e annullato ogni contatto con la zia, lasciandola ancora più triste e sola di prima. Gabriele prese di mira la nonna Marta. Aveva notato che da un po’ di tempo viveva da sola e che ogni primo del mese andava in posta a ritirare la pensione. Elaborò il suo piano. Le avrebbe strappato la borsetta in una via poco frequentata dove passava tornando a casa dalla posta. Non doveva essere visto da nessuno, non poteva rischiare di finire in prigione. Un paio di volte che voleva mettere in atto il suo piano aveva dovuto rimandare perché lei passava sempre prima dal mercato che era sempre affollato. Un giorno la nonna Marta lo riconobbe e gli chiese gentilmente se potesse aiutarla a portare la sua spesa a casa. “Gabriele, mi aiuteresti per favore? Ho preso troppe arance”, gli chiese con cortesia. “Mmm”, prima che potesse dire una parola la nonna Marta gli infilò la borsa in mano. Durante il tragitto gli disse che da quando non c’era più suo papà non aveva più mangiato un pane così buono. Lo informò anche che dal comune organizzavano dei corsi gratuiti per diventare panettieri. Bastava mettere una firma sulla bacheca che c’era davanti al municipio. “Sai, mi ricordo che eri spesso in panetteria accanto al tuo papà quando eri piccolo. Magari hai ereditato il suo talento”. Lui mise il broncio. Non gli andava di fare il sentimentale. Ma la nonna Marta scorse una lacrimuccia nei suoi occhi e si commosse. Lei conosceva bene anche la sua povera zia e voleva provare a dargli qualche consiglio utile. Chissà, magari l’avrebbe ascoltata. Così arrivarono fino alla casa della nonna Marta. Gabriele vide la gatta in giardino e già iniziava a progettare un altro dei suoi piani. “Grazie, Gabriele, sei stato molto gentile”. “Mmm”.
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Tornato a casa Gabriele iniziò a rimuginare un po’. Decise che la cosa migliore per derubare la vecchia era rapire la sua gatta e ricattarla. Non sembrava una missione difficile scavalcare la recinzione del giardino e prendere la gatta. Così pensò e così fece un giorno che la nonna Marta era uscita per la spesa. Sotto lo zerbino lasciò un biglietto in cui c’era scritto: “Se vuoi indietro la tua gatta il giorno che ritiri la pensione lascia la tua borsetta in una scatola nera che vedrai in via dei Tigli angolo via dei Platani. Se parli con qualcuno la tua gatta sarà morta!!”. Una volta tornata dal supermercato la nonna Marta non vedendo subito la gatta in giardino iniziò a cercarla in giro. Le sembrò proprio strano, non era da lei allontanarsi proprio in questo periodo che era così affaticata.
“Viola, Violetta, la mia micetta, ma dove sei? Ti sei nascosta, dai, vieni, non farmi prendere un colpo, sai che questi scherzetti non mi piacciono.” Ma la nonna Marta aveva un brutto presentimento. La gatta in queste condizioni non avrebbe potuto scavalcare la recinzione. Andò a chiedere ai vicini di casa se qualcuno l’avesse vista ma la risposta fu sempre negativa. Suonò il telefono. “Carlo, sei tu. Senti, è successa una cosa terribile, è sparita Viola”, disse al figlio quasi piangendo. “Come sparita, mamma?” chiese lui stupito. “Era qui prima che andassi a fare la spesa. Sono tornata e lei non c’era più.” “Mamma, forse se ne è semplicemente andata”, voleva tranquillizzarla il figlio. “Non poteva, Carlo, è in dolce attesa.” “Ma, mamma!” le disse il figlio preoccupato. Quando finì la telefonata con la mamma disse alla moglie: “Sono molto preoccupato per la mamma. Ha un’amica immaginaria che chiama Viola, dice cheandava con lei a scuola. Secondo lei è sparita ed è pure in dolce attesa. Povera mamma”. “Forse dovresti avvisare il medico. Magari inizia ad avere un inizio di demenza senile. Forse le daranno un aiuto a casa, qualcuno che venga tutti i giorni a darle una mano. Per questo esistono i servizi sociali. Certo che è triste sentire queste cose”. “Hai ragione, proverò a sentire il Comune”. Poi la nonna Marta vide quel biglietto sotto lo zerbino e si tranquillizzò un po’. Capì subito chi l’aveva scritto e si convinse che quel ragazzo non avrebbe mai fatto del male alla sua gatta. In fondo poteva anche sacrificare una pensione per riaverla. Di sicuro non avrebbe parlato con nessuno. Mancava una settimana all’arrivo della pensione e nel frattempo venivano i vicini a chiedere alla nonna Marta se avesse ritrovato la sua gatta. Lei mentì anche a loro, disse di sì. Disse la stessa cosa al figlio e rifiutò un aiuto per i lavori domestici. “Ma, Carlo, non sono così rimbambita come credi”, disse al figlio un po’ offesa, “e poi c’è sempre Viola con me”.
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Gabriele si accorse che la gatta aspettava dei gattini e si preoccupò. “Gattina, mi scuso se ti ho portata qui. Adesso ti troverò un bel cuscino, vedrai che starai
comoda”. Gabriele era tutto tenero con la gatta, le accarezzava il pelo. Lei sembrava così assonnata. “Sai, quando ero piccolo avevo un dolcissimo cane. Ma anche lui mi ha abbandonato presto, come tutti quanti. Io sono destinato a essere sempre solo ed è una cosa molto triste”, iniziò a confidarsi con la gatta. Lei sembrò ascoltarlo, ma poi si addormentò. Gabriele però iniziò a chiedersi cosa avrebbe fatto quando la gatta avrebbe dato alla luce i suoi piccoli. Non poteva mica chiedere a qualcuno se li voleva. Capì che aveva fatto una stupidaggine, rapire la gatta in queste condizioni. “Ma non sapevo che era in dolce attesa”, cercò di giustificarsi da solo. Non gli restava che portarla indietro di nuovo di nascosto. Così deciso, un giorno nascose la gatta sotto il giaccone e la rimise in giardino della nonna Marta. Gli dispiaceva un po’ staccarsi da lei, ma si era convinto che era giusto così. Quando la nonna Marta tornò a casa dal supermercato emise un grido di gioia vedendo la gatta di nuovo a casa. “Lo sapevo io che in fondo quel ragazzo non è cattivo”, disse a se stessa.
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Finalmente la gatta Viola diede alla luce cinque tenerissimi gattini. Alla nonna Marta piaceva guardare come si prendeva cura di loro. Li leccava, coccolava e allattava,. Così passarono alcuni mesi e quando i gattini furono abbastanza grandi per poter stare senza la mamma la nonna Marta li regalò ai vicini di casa. Ma rimaneva un gattino che non aveva ancora trovato casa. “A chi potrei darlo?” si chiese la nonna Marta. All’improvviso le balenò in mente un’idea. “Quel ragazzo con cui sei stata un paio di giorni, Viola, ti piace? Sembra un po’ scorbutico ma io penso che in fondo non sia un ragazzo cattivo. Si era preso cura di te, non ti ha fatto mancare niente.” “Miao.” “Io lo prendo sempre per un sì, lo sai?” “Miao.” “Allora siamo d’accordo tutte e due, cara.” Così un giorno la nonna Marta si vestì e prese in braccio l’ultimo gattino rimasto. Andò a suonare alla porta della casa di Gabriele. Lui sobbalzò dallo stupore vedendo davanti a sé la nonna Marta. Questa sì che era una sorpresa! “Gabriele, gioia. Sai che ho una gatta che ha dato alla luce cinque meravigliosi gattini. Ecco, mi è rimasto solo quest’ultimo cucciolo. Volevo regalarlo a te.” Prima che potesse rispondere qualcosa la nonna Marta gli infilò il gattino in mano. “Comunque, se vedi che non riesci prenderti cura di lui, sai dove trovarmi. Ma io sono sicura che riuscirai curarlo e amarlo e poi l’amore che gli avrai dato ti sarà restituito. Gli animali hanno questo dono, credimi. Io senza la mia gatta Viola non riuscirei più a stare. E ricordati che sono aperte ancora le iscrizioni in comune per il corso di panettiere”, aggiunse sorridendogli e se ne andò. Gabriele rimase confuso con il gattino in mano.
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Un giorno la nonna Marta tornando a casa dal supermercato passò davanti al comune e vide il nome di Gabriele sulla bacheca. Non disse niente ma iniziò a canticchiare. Alcuni passanti la guardarono incuriositi ma a lei non importava. Si trattava della vita di un ragazzo giovane che forse stava prendendo la piega giusta. In più non le aveva reso il gattino. Quando tornò a casa la nonna Marta era felicissima. “Sai, Viola, secondo me noi dovremmo iniziare a organizzare delle feste nel nostro giardino, invitare i vicini che hanno i gatti. Cosa ne pensi?” “Miao.” “Infatti, dobbiamo un po’ vivacizzare le nostre giornate, farebbe bene a tutte e due. Adesso mi metterò a pensare come fare gli annunci. Magari possiamo organizzare delle serate danzanti, con la musica.” “Miao.” “Tu sei sempre d’accordo con me, Viola, Violetta, la mia micetta.” Quello che la nonna Marta aveva in mente lo fece veramente. Ogni venerdì sera nel suo giardino si ballava. Arrivavano i vicini e i conoscenti accompagnati dai loro gatti. Mettevano una radio sul davanzale della finestra e si divertivano in compagnia. Queste serate ebbero molto successo, piacquero a tutti gli invitati. Ad alcuni venne l’idea che si potevano alternare nell’organizzare le feste per non dare troppo da fare alla nonna Marta. Una di quelle sere telefonò il figlio. “Non ti sento bene, Carlo, sei tu?” “Mamma, che cos’è questo baccano che si sente?” “La televisione, perché non sento bene, devo alzare tanto la voce”, si inventò la nonna Marta. “Povera mamma, sempre peggio”, pensò il figlio.
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Dopo qualche mese, dalla nonna Marta venne Gabriele. Aveva un’espressione un po’ imbarazzata. “Nonna Marta, ecco… io sono venuto a ringraziarla per tutto quello che ha fatto per me. Lei aveva ragione su tutto. Il gattino mi piace tanto, mi riempie le giornate e mi sembra anche che si è affezionato a me. Sto facendo quel corso, mi sono stancato di non fare niente e poi mi piace l’idea di seguire le orme del mio papà. Mi sono riconciliato anche con la zia. Ha fatto tanto per me e poi non era mica colpa sua per quello che è successo ai miei genitori.” “Lo sapevo che sei un bravo ragazzo. Altrimenti non ti avrei dato il nostro gattino, ti pare?” gli fece l’occhiolino la nonna Marta. Quanto ti può cambiare la vita un gatto randagio!