Lettera da casa

Attilio Bertolucci

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Qui è l’estate,
una sera dopo l’altra si aprono
le finestre per dare aria alle stanze,
allora riflettono gli specchi una campagna
che il cucù intermittente di lontano,
chi sa dove, immalinconisce.

Un alto carro di fieno si presenta
traballante, esce portandosi un ragazzo
perso nel raggio obliquo del tramonto
fra trofei verdi che già dolcemente
si piegano avvizziti. (Addio, addio,
uscito dallo specchio dove vai?
Oh, vicino, se si ode il tuo
parlottare indistinto, ma lontano
come se le nostre spoglie ormai
giacessero presso quelle che sono
chiuse nel muro sbiadito).

Ora parla invisibile con uomini
che scaricano il carro nel fienile
e finito il lavoro lo isseranno
a quel rosone di mattoni tiepidi
che guarda verso la città distesa
in una vertigine di pianura aperta
nella sera.

 

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