Monna Lisa smile

Eco il racconto di Zia Mariù (24 ottobre 2006).

Quell’anno l’aveva voluto dipinto di giallo, quel balcone a lei tanto caro.
La casa si affacciava col veroncino sopra il porto, e lei, Monna Lisa, se ne stava lì, a contemplar, a giornate, riparata dal sole da una vite americana che si avviluppava ad una ragnatela di fili di ferro.
Lì a veder sciamare sul mare le bianche paranze, un mare verde smeraldo acceso dalle scarlatte vele latine.
Voleva essere come la vela nel vento.
Lisetta, dalle gambe inerti, sulla sua carrozzella osservava il mare; da lassù, come una regina sul trono, un’oratrice sul pulpito.
Quel mare a cui chiedeva dove avesse la sua fine, quali sponde toccasse, quante lacrime avesse accolto.
Era in sintonia con quell’amico.
“Perché sei arrabbiato?” sembrava chiedergli la piccola quando lo vedeva cambiar di colore.
I pescatori, intenti a sistemar tramagli, la salutavano dal basso con un dolce chioccolio e lei con il suo sorriso enigmatico rispondeva.
Era diventata la “Gioconda” per quegli arditi del mare.
Se pioveva o tirava vento Lisetta rimaneva dietro la finestra, come incorniciata, e osservava quegli uomini cupi dai visi mori e rugosi.
Raramente usciva, ma d’estate la si scorgeva leggere, poi riposare i suoi occhi grandi, chinare il capo ed assopirsi, stanca, come se avesse corso, veramente.
Non pareva soffrirne tanto delle sue condizioni, a volte sembrava lieta e spensierata, di quella spensieratezza che trascina i bimbi, lei piccola e cara, sì sì, esprimeva desideri irrealizzabili, ma tornava alla realtà così velocemente che…
Il nonno le stava vicino, l’adorava, quel piccolo fiore dallo stelo sciupato.
Anche lui era stato pescatore e nelle brutte giornate, quando erano costretti tra le quattro mura, raccontava a Lisetta il suo passato.
Quel passato fatto di giornate magre, di sole, di lune, di bollettini meteorologici, perturbazioni, di attese.
Un fresco mattino d’estate si ritrovarono lungo il porto, profumava di pittosporo la leggera brezza di grecale.
Questa sfiorava il mare armonizzando le piccole onde che arrivavano lunghe, profonde, sulla battigia; e invece, sugli scogli, creste di schiuma si insinuavano tra le rocce emergenti, sussurrando un impercettibile canto.
La bambina scrutava la costa come una donna grande; osservava i pescatori.
Qualcuno di loro aveva posizionato le lenze nell’acqua lungo il pontile e sul mare si vedevano i piccoli galleggianti multicolori, cullati come da una ninna nanna.
La faccina abbronzata, le ginocchia ossute coperte da un velo di trina: a chi la guardava ispirava tanta tenerezza.
I pescatori non sospettavano minimamente che quel visetto tanto dolce nascondesse una personcina scaltra e furba: aveva rubato con gli occhi tutto quello che sapeva sulla pesca; aveva osservato il nonno e i pescatori, lì, tutto intorno.
Un pescatore tirò su un grosso gronco: il pesce guizzava animatamente tra le sue mani, avido egli lo slamò e lo mise nel suo cesto, all’ombra, coperto con uno straccio umido.
La bambina chiese di essere accompagnata vicino al fortunato pescatore, montò la sua lenza e la lanciò in mare; l’uomo la guardò e si grattò la testa riccioluta, pensieroso.
Dopo poco la canna della piccola cominciò a tremare, ad incurvarsi.
Con un colpo deciso Lisetta tirò a sé una spigola, argentata, lucente.
Il pesce penzolava da quella canna come un trofeo, una preda agognata.
La bambina dimostrava la felicità quasi balzando sopra quella carrozzella, il nonno le corse incontro, credette di morire dalla contentezza e la baciò e l’abbracciò.
Soddisfatti i due si avviarono verso casa.
Una folla di curiosi si era intanto formata sul pontile.
Ma che fortuna la “Gioconda”, avete visto che pesce?
Si bisbigliava tra la folla.
Ah… sì, sì!! Un bel pesce veramente, e poi una spigola, pesce pregiato!
Passava di lì Gengè, un pensionato venuto dal Umbria, aveva deciso di passare un lungo periodo al mare per riposarsi.
Passeggiava, e volontariamente si mise ad ascoltare i pescatori.
Allungava la testa e drizzava le orecchie per udire il perché di tanto clamore.
Ma cosa sarà successo? Chi sarà questa Gioconda?
Si domandò Gengè.
Passarono i giorni e sempre più spesso il pensionato praticava il molo, elargendo gratuiti consigli ai giovani pescatori che sbuffavano spazientiti, proprio come un vecchio lupo di mare e si sa, questo, ai pescatori non piace.
Un giorno decise di comprarsi una canna da pesca pure lui.
Ma di pesca non ne capiva niente.
“Salsiccia, pane e salsiccia, mia moglie mi ha preparato questo per oggi!” disse languidamente Omero.
“Io invece ho pane e acciughe, ben condito!”, aggiunse sussurrando Albertone.
Gengè sempre interessato ascoltava quei discorsi molto ambigui.
I due pescatori si stavano prendendo gioco di lui.
“Sì, sì, è proprio quello che ci vuole per una bella pescata!
Pesci grossi vedrai abboccheranno, te lo garantisco io caro Omero! Pesci grossi a volontà !” sghigniazzò Albertone.
Il mattino seguente, di buon’ ora, i due burlacchioni videro presentarsi di tutto punto il povero Gengè.
Stivaloni, occhiali, cappello, canna da lancio, ami e galleggianti, guadino e un bel paniere per appoggiaci il pescato, da tenerlo bene in vista.
Gengè cominciò a preparare la pastura: pan carrè, salsiccia e acciughe, tutto insieme, una bella miscela.
Ne prese un pò e l’avvolse ben bene all’amo, lanciò e cominciò a sperare.
Intanto i due pescatori: “Hai visto la Gioconda che bella pescata ieri? Quella, pesca più di tutti noi messi insieme. Ha poca esperienza ma è furba sì sì se è furba!”
“Una spigola di 3 etti, una mormora di quasi mezzo chilo, bella pescata davvero! E poi con quel sorrisetto che sembra prenderti in giro! Proprio così in giro! La signorinella!”
Gengè ascoltava, sempre più intrigato, e si domandava chi fosse questa Gioconda, quando all’improvviso sentì vibrare la canna, una toccata all’esca poi un’altra, un’altra ancora.
I due pescatori, un pò sconcertati, cercarono di aiutare il collega che tutto agitato non sapeva cosa fare.
Uno prese il guadino, l’altro aiutò Gengè a tenere la canna che si fletteva sempre più.
Una spigola uscì dall’acqua; una spigola chiara: sarà stata un chilo, bella, grossa, guizzante.
Gengè e gli altri, colti alla sprovvista, videro però sfumare l’occasione: la spigola con un colpo di coda si slamò, scivolando nel bianco e blu dei flutti intorno agli scogli.
Non poteva essere vero, pensarono i due.
“Ma le spigole mangiano pane e salsiccia?” disse Omero.
“Boh! Per quanto ne so ora sì! Si saranno globalizzate anche loro, che ti devo dire, qui cambia tutto!” dichiarò l’amico Gengè, più deluso che mai, radunò la sua roba e tutto impettito se ne andò.
Il giorno dopo però, il nostro novello ed imperterrito pescatore e sempre di buon’ora, tornò al molo.
Si posizionò nello stesso punto del giorno prima e vide arrivare Lisa con il nonno.
Tranquillo dette loro il buon giorno e Lisetta, nel frattempo, gli si mise a pochi metri, lui non se ne curò minimamente.
I pescatori vicini guardarono la scena e uno di loro si grattò la testa riccioluta dal salmastro, pensieroso.
Gengè ripeté le cose fatte il giorno prima: stessa tecnica stesso materiale stessa attesa, quando all’improvviso la canna di Lisetta cominciò a muoversi.
Anche quella di Gengè, tutte e due, alternate: prima una poi l’altra.
“Cosa usi per esca bella bambina?”, domando Gengè a Lisetta.
“Oggi ho preparato con il nonno pan carrè e sarda, delle volte uso l’arenicola ma oggi questo!” Rispose esperta la piccola aggiustandosi il suo cappello sbiadito calato sugli occhi.
Mentre erano intenti nell’attesa qualche cosa di grosso si mosse vicino allo scoglio.
Lisetta spostò velocemente la sua lenza, anticipando Gengè che aveva notato il movimento repentino nell’acqua con la coda dell’occhio.
La canna della bimba si piegò, sempre più.
Lisa allentò il mulinello, poi riavvolse rapidamente il filo e tirò a sé la canna.
Di nuovo il pesce fece sfrizionare velocemente il mulinello, e portò la lenza giù, giù giù, sul fondo.
La piccola quasi recuperò il pesce che si divincolava nell’acqua e dopo un po’ tirò su una spigola oramai stremata, forse la stessa del giorno prima, quella che era sfuggita a Gengè.
La bambina soddisfatta la teneva stretta alla testa con le mani; il pesce si dibatteva, il nonno la aiutò a metterlo nel cesto, lì, sotto gli occhi di Gengè che era rimasto come allocchito.
La piccola e il nonno tutti giulivi lo salutarono e lui, rimasto senza parole, li guardò allontanarsi scuotendo la testa.
Girandosi incontrò gli sguardi dei suoi colleghi pescatori: sbuffò e alzò le spalle desolato.
Poi si rigirò all’improvviso come se si fosse dimenticato di qualche cosa, affannato corse verso la bambina e le disse: “Scusa piccola ma come ti chiami?”
E lei, con un battito di ciglia : “Monna Lisa” e sorrise.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Dove vuoi andare?