{"id":108357,"date":"2004-01-05T11:52:32","date_gmt":"2004-01-05T11:52:32","guid":{"rendered":"https:\/\/www.filastrocche.it\/contenuti\/1944-natale-di-guerra\/"},"modified":"2004-01-05T11:52:32","modified_gmt":"2004-01-05T11:52:32","slug":"1944-natale-di-guerra","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.filastrocche.it\/contenuti\/1944-natale-di-guerra\/","title":{"rendered":"1944 &#8211; Natale di guerra"},"content":{"rendered":"<p>Nonno Carlo e nonna Maria, poi, Pap\u00e0, Mamma, Angela, Carlo, Maria, Antonio, Giuseppina  (Giuse)  Petronilla (Nilla), e infine, Ambrogio. Cos\u00ec era composta la mia famiglia in quel lontano 1944. Avevamo un pollaio con galline e oche un cane dal pelo nero chiamato Moretto (in seguito ogni nostro cane ebbe lo stesso nome) che era il vero padrone del cortile; la lunghissima catena cui era legato gli permetteva di arrivare fino al portone impedendo cos\u00ec l\u2019accesso agli intrusi.<br \/>\nC\u2019era anche, presenza indispensabile abitando in campagna, una bella gatta dal pelo tigrato e lucido, che stava sempre a sfregarsi contro le gambe di chi le capitava a tiro, cercando di attirarne l\u2019attenzione con un miagol\u00eco insistente guadagnandosi i rimbrotti di nonna Maria, che con un epiteto quasi intraducibile, soleva dirle: &#8220;Marci\u00f9n va a ciap\u00e0 i ratt!&#8221; (Marcione vai a dare la caccia ai topi). La frase era cos\u00ec entrata nel nostro linguaggio familiare, tanto che, uno di noi, che, da piccolo non riusciva a pronunciare le lettere \u2013 C e R- la ripeteva a modo suo . &#8220;Mars\u00f9n va a sap\u00e0 i att&#8221;.<br \/>\nLa gatta si cibava di quel poco, pochissimo, che riusciva a trovare incustodito (ricordo mia Mamma piangere disperata perch\u00e9 il felino era riuscito a rubare un pezzo di burro), oppure, come spronava giustamente nonna Maria, dando la caccia ai topi che in campagna non mancavano.<br \/>\nD\u2019inverno se ne stava beatamente vicino al fuoco del camino, che nonno Carlo teneva acceso e custodito, temendo che la nostra vivacit\u00e0 ci avrebbe procurato qualche ustione.<br \/>\nOgni anno avevamo una nuova cucciolata che mamma gatta partoriva nella &#8220;C\u00e0 di legn&#8221;, il rustico dove tenevamo oltre alla legna da ardere, anche il legname che serviva al pap\u00e0 per il suo lavoro d\u2019intagliatore, ma soprattutto stracci, che barattavamo con lo stracciaio per avere in cambio un pezzetto di preziosa liquirizia.<br \/>\nPerci\u00f2 la gatta trovava modo di tenere al caldo i suoi cuccioli, che erano la mia passione; di nascosto dai miei genitori portavo le mie amichette a vederli. Poi sparivano, e il mio dispiacere nel non trovarli pi\u00f9 svaniva quando m\u2019illudevano che la gatta li aveva portati in un luogo dove avrebbero mangiato tanto burro!<br \/>\nCome dicevo, c\u2019erano anche le oche, e anche loro prima di essere mangiate (obbligatoriamente a Natale) dovevano mangiare. Portarle a pascolare era il compito di noi tre pi\u00f9 piccoli; mi rivedo con in braccio Ambrogio che non aveva ancora compiuto l\u2019anno, e con il bastoncino che serviva a &#8220;guidare&#8221; le oche, avviarmi al solito posto, una striscia di prato incustodita, che diventava il loro pascolo e anche il nostro luogo di gioco.<br \/>\nNon ero mai libera del tutto, perch\u00e9 se qualche volta per giocare &#8220;depositavo&#8221; Ambrogio sull\u2019erba, dovevo badare che Nilla e le oche non corressero pericoli. Insomma una vera fatica anche giocare!<br \/>\nLe oche diventavano sempre pi\u00f9 grasse, significava che il Natale si avvicinava; vennero i giorni della Novena natalizia, cui partecipavano tutti i bambini e i ragazzi del paese: in chiesa cantavamo a squarciagola &#8220;Tu scendi dalle stelle&#8221;, e all\u2019uscita, tornando a casa, gi\u00e0 pregustando il pranzo natalizio, cantavamo: &#8220;Piva, piva mazza l\u2019oca\u2026lo mettuda in del caldar per mangialla al d\u00ec de Natal&#8221;, (lo messa nel pentolone per mangiarla il giorno di Natale). Erano insomma due novene: quella religiosa e quella &#8220;laica&#8221;.<br \/>\nAspettavo Natale per tre diversi motivi: vedere il presepe \u2013 che pap\u00e0 preparava di nascosto la sera della vigilia dopo averci mandato a letto presto \u2013, per la bella tovaglia bianca che la Mamma  quel giorno usava per apparecchiare la tavola (che da sola mi dava l\u2019idea della festa grande e delle cose buone da mangiare), e per la bambola che avrei avuto in dono, (sempre la stessa!) che era gi\u00e0 stata il balocco delle sorelle maggiori, e pochi giorni dopo sarebbe &#8220;sparita&#8221; per riapparire il Natale successivo.<br \/>\nFinalmente venne il gran giorno\u2026ed io, che fino allora non mi ero ben resa conto della guerra (avevo solo cinque anni), ebbi modo di farne conoscenza proprio a Natale!<br \/>\nIl pranzo era atteso da tutti (c\u2019era la fame!) e consisteva obbligatoriamente nel risotto con lo zafferano e poi dalla nostra oca con patate cotte nel suo grasso. Una vera leccorn\u00eca!<br \/>\nNon potr\u00f2 mai dimenticare il delizioso profumo dell\u2019oca che arrostiva nell\u2019enorme tegame sulla stufa economica!<br \/>\nImprovvisamente un rumore sordo, cattivo, riemp\u00ec l\u2019aria terrorizzandomi. Pap\u00e0 prese noi tre piccoli, ci port\u00f2 di corsa nel laboratorio e ci fece sdraiare sotto il banco da falegname che, diceva ci avrebbe riparato dai proiettili degli aerei. Bersaglio dell\u2019incursione dei Caccia Alleati era il Parco Militare situato poco distante da casa mia.<br \/>\nPaura, anzi vero terrore per me, che per la prima volta mi rendevo conto della guerra e<br \/>\nproprio nel giorno tanto atteso del presepe, della tovaglia bianca e dell\u2019oca!<br \/>\nPoi, passato il pericolo riavutami dalla paura, sentii un grido disperato: &#8220;l\u2019oca, l\u2019oca!&#8221; Era successo che nel trambusto creato dagli aerei nessuno aveva curato la gatta, che sfidando bruciature e &#8230;botte, aveva scoperchiato la grossa pentola e si era impadronita del nostro prezioso pranzo natalizio.<br \/>\nRecuperarono l\u2019oca in mezzo al cortile, lacerata dalle unghie gattesche, ma ancora in carne, e il nostro pranzo ebbe inizio tra i mugugni di nonna Maria e il &#8220;magone&#8221; di mamma. Che Natale triste fu quello! La paura della guerra sommata al dispiacere della Mamma mi tolse la gioia della festa.<br \/>\nGrande fu il mio stupore quando, poche sere dopo, in tavola oltre alla solita polenta c\u2019era un fumante ed invitatissimo coniglio che divorai con gusto.<br \/>\nSolo in seguito, cercando il mio bel gattone e vedendo i sorrisetti ironici dei miei fratelli grandi, capii con ribrezzo e dolore che il &#8220;rapitore&#8221; della nostra oca era stato punito, e il pranzo natalizio riscattato!<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nonno Carlo e nonna Maria, poi, Pap\u00e0, Mamma, Angela, Carlo, Maria, Antonio, Giuseppina (Giuse) Petronilla (Nilla), e infine, Ambrogio. Cos\u00ec era composta la mia famiglia in quel lontano 1944. 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