{"id":99839,"date":"2001-09-27T00:00:00","date_gmt":"2001-09-27T00:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.filastrocche.it\/contenuti\/le-dodici-fate\/"},"modified":"2001-09-27T00:00:00","modified_gmt":"2001-09-27T00:00:00","slug":"le-dodici-fate","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.filastrocche.it\/contenuti\/le-dodici-fate\/","title":{"rendered":"Le dodici fate"},"content":{"rendered":"<p>Una volta, raccontano, sul monte Ineu vivevano dodici fate. La cittadella entro cui vivevano era tutta d&#8217;ambra; le porte avevano stipiti d&#8217;oro e d&#8217;argento ed erano adorne di belle sculture. Le fate erano cos\u00ec belle, che chiunque le guardasse in viso diventava folle d&#8217;amore e vagava sulle loro tracce finch\u00e8 non era completamente fuori di s\u00e8. La loro signora, la principessa delle fate, non aveva pari: la sua voce era cos\u00ec dolce e incantevole, che i pastori, quando guidavano le greggi alle falde del monte e le udivano cantare nelle sere di luna piena, rimanevano ammaliati e non potevano pi\u00f9 dormire la notte. Da quelle parti abitava anche un cacciatore, giovane ma molto famoso, di nome Valer. Questi fece una scomessa con altri giovani, vantandosi d&#8217;essere in grado di rapire la principessa delle fate e farla moglie. Ma il suo desiderio restava un semplice desiderio, perch\u00e8 le fate erano custodite da due giganti, ciascuno dei quali aveva un solo occhio sulla fronte; erano brutti e deformi entrambi, ma abbastanza forti per rompere il tronco d&#8217;un albero senza sforzarsi troppo. Giorno e notte facevano la guardia intorno alla cittadella, a turno, e ogni essere umano era minacciato di morte, qualora avesse osato accostarsi alle mura. Le dodici fate rapivano dai villaggi vicini dodici giovanotti ogni anno e danzavano con loro per tutta la notte, fino al primo canto del gallo. Quando erano esauste per la danza, arrivavano i giganti, con l&#8217;ordine di scagliare i giovanotti oltre le mura della cittadella, affinch\u00e8 dei loro corpi restasse solo qualche brano. Alcuni, i pi\u00f9 fortunati, ne uscivano sciancati, con la spina dorsale rotta e variamente mutilati, tanto che suscitavano piet\u00e0 e commiserazione. Valer, visto come andavano le cose, decise di stare in agguato, finch\u00e8 i giganti dal petto taurino non fossero colpiti dalla punta avvelenata delle sue frecce. E questa occasione non tard\u00f2 a presentarsi. Un giorno di calda estate, le fate erano uscite per bagnarsi nelle acque del lago Lala e i due giganti ricevettero l&#8217;ordine di vigilare fuori dalle mura della cittadella; cos\u00ec non le avrebbero viste mentre giocavano e sguazzavano nude nelle onde. Valer non esit\u00f2. Si appress\u00f2 alla cittadella pi\u00f9 che pot\u00e8, fermandosi ad ogni passo dietro un tronco di un albero per non farsi vedere; quandi pens\u00f2 che fosse il momento opportuno, incocc\u00f2 una freccia aguzza, con la punta d&#8217;acciaio, e saett\u00f2 il gigante di destra nel bel mezzo del petto. Il dardo penetr\u00f2 direttamente nel cuore, sicch\u00e8 il gigante, senza poter dire n\u00e8 ai n\u00e8 bai, rovin\u00f2 a terra in un lago di sangue. Adatt\u00f2 un&#8217;altra freccia alla corda dell&#8217;arco e scocc\u00f2 pure questa nel petto del secondo gigante. Ebbe identica fortuna e uccise anche quello. Se non li avesse centrati giusto nel cuore, guai a lui: lo avrebbero soffocato come una cornacchia appena nata. Poi entr\u00f2 nella cittadella e dalla riva del lago spi\u00f2 le fate che si bagnavano, con gli occho sgranati per la loro bellezza; poi, di soppiatto, veloce come un fulmine, rub\u00f2 la veste della pricipesa. Le altre fate, accortesi del pericolo, si trasformarono in colombe e spiccarono il volo verso occidente; rimase l\u00ec soltanto la principessa, la quale non cessava di implorare Valer che le restityuisse le vesti, promettendogli in cambio tesori e beni di grande valore. Ma lui non la ascoltava neppure. Non gli importava nulla n\u00e8 della sua preghiera n\u00e8 delle sue lacrime e della sua angoscia e non rispondeva a nessuna domanda. Cos\u00ec gli avevano insegnato le vecchie del villaggio, eperte di magia: non bisogna parlare con le fate n\u00e8 restituire loro le vesti, se le si vuole privare del potere di nuocere. Visto che col giovane non c&#8217;era da scherzare, la fata alla fine si calm\u00f2. Sembrava che si fosse abituata a vivere con lui, tanto pi\u00f9 che Valer era un ragazzo molto bello e bravo, la aiutava, faceva di tutto per lei, le portava selvaggina fresca, le dava una mano a cucinare; soltanto, non parlava e non mostrava il luogo in cui aveva nascosto la veste incantata. Provvide lui a confezionarle altre vesti graziose; ma con quelle essa non poteva stregare a nessuno, perch\u00e8 non avevano nessun potere magico. Cos\u00ec passarono i giorni, le settimane, i mesi. Dopo nove mesi, la pricipessa delle fate diede alla luce un bimbo dai capelli d&#8217;oro, bello come un sogno. Valer era molto felice; e sembrava felice anche lei, quando vedeva cinguettare quella creaturina leggiadra che le assomigliava perfettamente nel viso e in tutta la figura. Tuttavia a volte veniva improvvisamente colta da una grande tristezza, da una gran pena; allora cominciava a cantare finch\u00e8 valli e monti risonavano del suo canto. Quando cantava con pi\u00f9 ardore, venivano le undici colombe, le sue sorelle, a posarsi sulle mura della cittadella; la principessa di un tempo usciva a mostrar loro il bambino, dentro una cuna d&#8217;abete. Esse lo osservavano a lungo, come se si tratasse di un&#8217;apparizione, poi scuotevano il capo e ripartivano verso li loro paese. Una sera Valer torn\u00f2 a casa pi\u00f9 stanco del solito. Era corso dietro ad alcune capre nere ed era riuscito a colpirne una sola, mentre le altre si erano dileguate all&#8217;ombra delle rupi montane. And\u00f2 a coricarsi subito, dimenticando di cingersi per bene alla vita la veste della fata, che portava addosso notte e d\u00ec affinch\u00e8 lei non gliela rubasse. La principessa delle fate, vedendo ai fianchi di Valer la veste dal magico potere, trasal\u00ec. Le rinacque nell\u2019anima il desiderio di andarsene nel mondo dell\u2019isola marina, dai genitori e dalle sorelle che la aspettavano, a vivere nel fasto e nelo sfarzo, perch\u00e9 suo padre era il re del mare. Lo accarezz\u00f2 e si diede da fare, finch\u00e8 riusc\u00ec a svolgere la veste e ad indossarla. Adesso era potente. Poteva ucciderlo con un solo cenno; ma il bimbo le sorrideva nel sonno, cos\u00ec dolcemente che essa perdon\u00f2 Valer per tutto il male che le aveva fatto. Gli lasci\u00f2 un biglietto: Ti lascio il bimbo e la vita. Vado dai miei genitori. Non potrai ritrovarmi, mai pi\u00f9. Con la mia paretenza, la cittadella sprofonda nelle tenebre. Fatti una capanna o trova una grotta, e rifugiatevi l\u00e0 dentro. Quando avr\u00f2 nostalgia del bimbo, verr\u00f2 a vedervi.<br \/>\nLa cittadella fu inghiottita dalla terra, e fu come se non fosse mai esistita. La principessa delle fate si trasform\u00f2 in una colomba e si diresse in volo verso il paese dei suoi genitori. Il povero Valer, destandosi il giorno seguente sulla riva del lago Lala con il bambino accanto a s\u00e9, rimase atterrito. Lesse il biglietto e si percosse la fronte col palmo della mano, rimproverandosi di non aver bruciato la veste di lei, per impedirle di abbandonarlo. Cerc\u00f2 una grotta come rifugio per il bambino e gli appront\u00f2 un lettuccio fatto di morbide pelli di animali. Trov\u00f2 poi una capretta e la port\u00f2 nella grotta col suo caprettino, affinch\u00e8 allattasse, oltre al suo piccolo, anche il bambino. I due piccoli poppavano quindi l\u2019uno accanto all\u2019altro e Valer correva tutto il giorno per procurare il cibo alla mite capretta. I giorni passavano gli uni dopo gli altri, ma la pena del cacciatore era sempre infinita. Non aveva voglia di dormire n\u00e9 di mangiare e la sua anima era colma di amarezza. Aveva nostalgia della sua sposa. Ma non era ancora trascorso un mese, che la principessa delle fate capit\u00f2 da lui e gli disse:<<Da oggi puoi parlare con me. La nostalgia del mio bimbo mi ha piegata e mi ha indotto a lasciare i miei genitori. A partire da oggi rester\u00f2 sempre accanto a voi>>.<br \/>\nValer cadde in ginocchio e le baci\u00f2 la mano ringraziandola. Con le pietre preziose che essa aveva portate costruirono un bellissimo castello, dove vissero fino alla tarda vecchiaia, nella felicit\u00e0 e nell\u2019amore perfetto. Le undici colombe venivano una volta all\u2019anno, portando regali al bambino e lettere del padre a lei; il bambino cantava belle canzoni, perch\u00e9 aveva ereditato dalla mamma il dono del canto.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Una volta, raccontano, sul monte Ineu vivevano dodici fate. La cittadella entro cui vivevano era tutta d&#8217;ambra; le porte avevano stipiti d&#8217;oro e d&#8217;argento ed erano adorne di belle sculture. 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