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	<title>Composizioni Archives - I testi della tradizione di Filastrocche.it</title>
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	<description>Filastrocche, fiabe, canzoni e...</description>
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		<title>Il salice e la vecchia panchina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Pavetto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 03:33:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Composizione dei "Poeti in erba"]]></category>
		<category><![CDATA[Composizioni]]></category>
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		<category><![CDATA[salice piangente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Volete sapere perché il salice è sempre accompagnato dall’aggettivo piangente? Adesso vi racconto una storia. In un parco si trovavano l’uno accanto all’altro un bellissimo e rigoglioso salice e una vecchia panchina di legno, che si facevano compagnia da tanto tempo. Intorno a loro c’erano altre panchine, altrettanto segnate dal tempo come la panchina della [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" width="550" height="500" class="aligncenter wp-image-253022 size-full" title="Il salice e la vecchia panchina" src="https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2026/03/salice-piangente-AI.png" alt="Il salice e la vecchia panchina" srcset="https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2026/03/salice-piangente-AI.png 550w, https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2026/03/salice-piangente-AI-300x273.png 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></p>
<p>Volete sapere perché il salice è sempre accompagnato dall’aggettivo piangente? Adesso vi racconto una storia.</p>
<p>In un parco si trovavano l’uno accanto all’altro un bellissimo e rigoglioso salice e una vecchia panchina di legno, che si facevano compagnia da tanto tempo. Intorno a loro c’erano altre panchine, altrettanto segnate dal tempo come la panchina della nostra storia.</p>
<p>Era l’unica che si trovava vicino a un salice. Forse la sua posizione le permise di diventare la preferita dei frequentatori del parco che la soprannominarono “la panchina accanto al salice”. La vecchia panchina e il salice andavano molto d’accordo. Ormai si conoscevano da tanti anni,<br />
avevano vissuto insieme tante primavere e altrettanti inverni. Durante l’estate il salice dai rami lunghi gettava una piacevole ombra sulla panchina e i visitatori del parco facevano a gara per occuparla. Ma soprattutto durante la primavera, quando un venticello faceva svolazzare i suoi lunghi rami dove si posavano e cinguettavano gli uccellini, la sua maestosa figura faceva sognare grandi e piccini e attirava i frequentatori del parco a sedersi lì. In autunno la natura si colorava di giallo-arancione ed era altrettanto pittoresco sedersi su quella panchina e sognare a occhi aperti. L’unico periodo in cui il salice e la panchina soffrivano un po’ la solitudine era l’inverno perché la gente di solito stava a casa davanti ai camini, al calduccio a sorseggiare le tisane calde. Ma in ogni caso il salice e la vecchia panchina erano lì l’uno accanto all’altro e si parlavano e ricordavano il loro passato in attesa della bella stagione.</p>
<p>Così il tempo passava più in fretta e in modo piacevole. C’erano tante di quelle storie interessanti da non dimenticare. Come, per esempio, le coppiette<br />
che si erano date il primo bacio su quella panchina, le ragazzine che si confidavano l&#8217;una con l’altra, quelle che spettegolavano delle loro amiche, oppure le mamme affaticate che si fermavano lì per la merenda dei loro bambini. Anche i vecchietti erano tenerissimi. A volte stavano lì ore e ore e fermavano qualcuno con qualche scusa solo per scambiare qualche parola. C’erano anche le coppie che si promettevano amore eterno ma poi si lasciavano. Gli studenti che leggevano libri, oppure qualche persona che si appisolava. Durante l&#8217;inverno il salice e la panchina ricordavano tutte queste storie, a volte ridendo e scherzando.</p>
<p>“Ti ricordi quei ragazzi che incisero i loro nomi sul mio schienale? Che dolore, incoscienti”, disse la panchina. “Me lo ricordo bene, i nomi sono ancora lì”, rispose il salice ridendo.</p>
<p>Così passarono gli anni, il salice diventava sempre più bello e maestoso, la sua chioma sempre più rigogliosa. I suoi rami arrivavano fino a toccare il suolo. Una volta persino un pittore si fermò lì a dipingerlo e il salice ne fu molto fiero. La sua gioia fu ancora più grande quando vide che sul dipinto c’era anche la panchina e non si notava che era ormai vecchia. Era venuto fuori un vero e proprio capolavoro!</p>
<p>La panchina invecchiava, il suo legno diventava sempre più rovinato, segnato dalle piogge e dal tempo vissuto. Le mancavano persino alcuni pezzi, era scheggiata qua e là. Ma anche le altre panchine di quel parco erano più o meno nelle stesse condizioni, il tempo era stato impietoso anche con loro.</p>
<p>In città arrivò poi il momento delle elezioni per eleggere il nuovo sindaco e uno dei candidati promise alla cittadinanza che avrebbe migliorato la città, investito parecchio per abbellire le strade, le scuole, i parchi. La gente fu entusiasta delle sue promesse e così venne eletto. Si vociferava che avrebbe cambiato tutte le panchine di quel parco, sostituendole con altre nuove, più eleganti e di pietra. Quando giunse questa notizia fino al parco, le panchine iniziarono a preoccuparsi e anche il salice andò in ansia, soprattutto per la sua amica panchina, che iniziò a tremare dalla paura.</p>
<p>“Mi toglieranno da qui, mi butteranno, cosa ne sarà di me?”, si lamentava spaventata. Il salice cercò di incoraggiarla ma gli scappò qualche lacrima. Per fortuna la panchina non se ne accorse. “Vedrai che ti trasformeranno in qualche bell’oggetto. Magari un trenino di legno per i bambini, così potresti stare sempre in buona compagnia”, il salice cercò di nascondere l’emozione. “O magari diventerò una scatola portagioielli, sarebbe romantico”, anche la panchina cercava di farsi coraggio. “Oppure un piffero, forse riconosceresti il mio suono. Magari qualcuno si siederebbe ancora sulla nuova panchina e suonerebbe per te”. “Ti riconoscerò qualsiasi cosa tu diventerai, te lo prometto”, disse convinto il salice. Ma continuava a piangere e la vecchia panchina adesso poteva vedere le sue lacrime. “Grazie, amico. Mi dà sollievo saperlo”, rispose lei con sincerità.</p>
<p>Iniziarono a mettere i cestini nuovi nel parco e cambiarono anche i giochi per i bambini. Arrivarono anche le ruspe per rifare i sentieri e per togliere le panchine. L’addio fu straziante per entrambi. Quando misero una panchina nuova accanto al salice fu altrettanto doloroso. Soprannominarono anche questa “la panchina accanto al salice” e anche essa diventò la panchina preferita di tutti. Ma il salice non lo poteva accettare. Nessuno poteva prendere il posto della sua vecchia amica.</p>
<p>La vecchia panchina non diventò né un giocattolo, né una scatoletta, ma finì nella discarica da dove venne recuperata da una coppia di vecchietti per il loro camino e per scaldare la loro casa durante l’inverno. Il caso volle che proprio in quella casa finì anche il quadro dipinto dal pittore nel parco, o forse, chissà, era lì perché niente succede per caso nella vita. Così la vecchia panchina nei suoi ultimi istanti di vita ebbe davanti l’immagine di quello che le era più caro al mondo e le fu di molto conforto: divenne una nuvola di fumo, si alzò in cielo e il salice guardando in alto la riconobbe subito. Da allora continua a piangere e lo fa anche ai giorni nostri.</p>
<p>Ecco, adesso sapete la storia.</p>
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		<title>Il Giardino della Signora Carla</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Pavetto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 03:02:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Composizione dei "Poeti in erba"]]></category>
		<category><![CDATA[Composizioni]]></category>
		<category><![CDATA[cura dei fiori]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La signora Carla aveva una casa con un bel giardino che non era come gli altri giardini che sono belli solamente in primavera e in estate. Le sue piante erano in fiore anche durante la stagione fredda, quando i giardini delle altre case erano del tutto spogli e tristi. La signora Carla abitava da sola. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" width="550" height="550" class="aligncenter wp-image-253017 size-full" title="Il Giardino della Signora Carla" src="https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2026/03/Giardino-AI.png" alt="Il Giardino della Signora Carla" srcset="https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2026/03/Giardino-AI.png 550w, https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2026/03/Giardino-AI-300x300.png 300w, https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2026/03/Giardino-AI-150x150.png 150w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></p>
<p>La signora Carla aveva una casa con un bel giardino che non era come gli altri giardini che sono belli solamente in primavera e in estate. Le sue piante erano in fiore anche durante la stagione fredda, quando i giardini delle altre case erano del tutto spogli e tristi.</p>
<p>La signora Carla abitava da sola. Non aveva né marito né figli, così versava tutto il suo amore verso le piante che ricambiavano le sue attenzioni con una fioritura rigogliosa e perenne. I vicini di casa, ma anche i semplici passanti, non riuscivano a dare una spiegazione a tutto questo. Si fermavano tutti davanti al suo giardino ad ammirare la bellezza dei fiori. “Sembra il giardino dell’Eden”, dicevano in tanti. “Io non capisco come faccia la signora Carla ad avere i fiori tutto l’anno”, si chiedevano, con anche certe volte un po&#8217; di invidia. “So che ha acquistato le piantine dallo stesso fiorista da cui sono andato io. Perché i suoi fiori non appassiscono mai e i miei sì?”, si chiedeva un vicino di casa. Oppure le chiedevano consigli sul concime da usare, quale tipo di terra o come innaffiare.</p>
<p>La signora Carla rispondeva sempre gentilmente a tutte le domande, ma ogni volta aggiungeva che la cosa più importante per le piante era l’amore perché, diceva, le piante sono in grado di capire quando sono benvolute. E la signora Carla voleva tanto, tanto bene alle sue piante. Non solo le bagnava con l’acqua piovana e le concimava regolarmente, ma preparava anche delle tisane con cui puliva le loro foglie per farle diventare più lucide, sussurrava loro delle storie, a volte leggeva persino delle poesie. I fiori diventavano sempre più belli e di un colore intenso. Il loro profumo si poteva sentire da molto lontano. Quando arrivava l’inverno, avevano una resistenza al freddo fuori dal normale e non appassivano mai.</p>
<p>Così fu finché la signora Carla non invecchiò tanto che non poté più vivere da sola. Non avendo né marito né figli dovettero intervenire gli unici parenti che aveva, che erano dei lontani cugini. Non trovando nessuno che potesse prendersi cura di lei a tempo pieno, i parenti conclusero che la cosa migliore era ricoverarla in una casa di riposo. Così la casa della signora Carla fu messa in vendita. Quando si sparse la voce, arrivarono tantissime richieste da potenziali acquirenti. Erano proprio tanti. Tutti volevano avere quella casa con un giardino meraviglioso. I parenti sfruttarono questa situazione e aumentarono il prezzo della casa. Ma invece di diminuire, il numero degli interessati aumentava. Così alzarono ancora il prezzo, ancora e ancora. Alla fine, la casa con il giardino fu venduta a una famiglia benestante a un prezzo astronomico.</p>
<p>La nuova famiglia che si chiamava Villa era composta da quattro persone che all’inizio erano molto soddisfatti dell’acquisto. Era il mese di maggio e i fiori erano bellissimi con quel profumo inebriante. I genitori sistemarono il tavolo e le sdraio in giardino e nei momenti liberi si godevano la bellezza dei fiori, leggendo un libro o semplicemente rilassandosi. Anche i figli spesso si fermavano ad ammirare quell’insieme di colori e profumi così affascinante. Si prendevano cura, però, dei fiori in modo normale, come facevano prima nella loro casa precedente. Ma non parlavano alle piante, non le accarezzavano, non le coccolavano. E le piante si accorsero di questa cosa.</p>
<p>Così passò la primavera e l’estate e arrivò l’autunno e i primi fiori iniziarono ad appassire lasciando molto sorpresi i padroni di casa. Arrivò l’inverno e i fiori appassirono uno ad uno, fino all’ultimo. Il giardino diventò uguale a tutti gli altri, spoglio e triste. “Ma come è possibile, dove abbiamo sbagliato?” si chiedevano i padroni di casa. Ma i fiori sapevano la risposta. Se uno ti dedica tutte le sue attenzioni anche i fiori ricambiano.</p>
<p>Così i nuovi proprietari decisero di chiedere aiuto alla signora Carla e la andarono a trovare. Si trovava bene alla casa di riposo. Era curata e aiutata tutto il giorno. Inoltre, si era fatta delle nuove amiche con le quali passava il tempo spesso divertendosi. Ormai aveva accettato la nuova situazione in cui si trovava perché capiva che alla sua età non poteva più fare quello che faceva prima.</p>
<p>Ma quando sentì dai nuovi proprietari della sua casa che le sue piante soffrivano l’inverno rimase molto male e inizialmente non volle parlare con loro. Poi, dopo essersi calmata, decise che sarebbe stato giusto trasmettere a quella famiglia tutta la sua esperienza. “Le piante sono esseri viventi come noi. Hanno bisogno di cure, di gesti amorevoli e attenzioni. State vicino a loro, parlat.e con loro, fategli compagnia. Poi vi spiegherò quando e come innaffiarle e concimarle ma dovrete da soli imparare anche a curarle giorno per giorno”. La famiglia era composta da papà, mamma e due figli, un maschio di sedici anni e una femminuccia di dodici. Tutti ascoltarono attentamente la signora Carla e decisero di mettere in pratica i suoi insegnamenti. Nel giro di poco tempo e negli anni a seguire il giardino della famiglia Villa diventò il più apprezzato e ammirato del paese.</p>
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		<title>La figlia del mugnaio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Pavetto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Feb 2026 03:32:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Composizione dei "Poeti in erba"]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tanto tempo fa un mugnaio viveva in un mulino con la sua famiglia, la moglie e la figlioletta di nome Annabella. Quell&#8217;edificio non era solo un luogo di lavoro, ma una vera e propria casa. Erano così affezionati a quella piccola e insolita dimora che non l’avrebbero cambiata per niente al mondo, nemmeno con una [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" width="600" height="646" class="aligncenter wp-image-252772 size-full" title="La figlia del mugnaio" src="https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2026/02/la-figlia-del-mugnaio_AI.png" alt="La figlia del mugnaio" srcset="https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2026/02/la-figlia-del-mugnaio_AI.png 600w, https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2026/02/la-figlia-del-mugnaio_AI-279x300.png 279w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" />Tanto tempo fa un mugnaio viveva in un mulino con la sua famiglia, la moglie e la figlioletta di nome Annabella. Quell&#8217;edificio non era solo un luogo di lavoro, ma una vera e propria casa. Erano così affezionati a quella piccola e insolita dimora che non l’avrebbero cambiata per niente al mondo, nemmeno con una lussuosa reggia.</p>
<p>Il mulino apparteneva alla loro amiglia da generazioni ed era comprensibile il loro affetto. Sia il nonno che il bisnonno di Annabella erano stati mugnai in quel mulino che sembrava essere lì da sempre. Le pale del mulino giravano al ritmo del vento e macinavano il grano che veniva poi venduto ai panettieri della zona, ed anche ai contadini.</p>
<p>Purtroppo, un giorno la moglie del mugnaio si ammalò di un male incurabile e in poco tempo morì. Così il mugnaio rimase da solo a crescere la figlia che ogni giorno diventava più bella, tanto che le diedero il soprannome Bella. Il padre e la figlia erano molto uniti e quando Bella diventò grande il padre le disse che non doveva per forza rimanere con lui al mulino ad aiutarlo come faceva solitamente. Poteva trovarsi un’altra occupazione, più appropriata a una ragazza e alle sue ambizioni. Anche se si rendeva conto che sarebbe stato molto triste non averla più accanto, ma non voleva essere egoista e desiderava il meglio per lei.</p>
<p>“Papà, non ti devi preoccupare per me, mi piace aiutarti. E poi non vorrei mai vivere in un posto che non sia un mulino a vento, non so se mi capisci. Nessun posto è bello come casa nostra”, gli disse convinta. “Certo che ti capisco, cara mia”, naturalmente al padre faceva piacere sentire quelle parole.</p>
<p>Bella andava spesso nel bosco a raccogliere le fragoline e i mirtilli oppure i rami secchi che usavano per la stufa. Le piaceva passare il tempo con gli animali, erano diventati tutti suoi amici, dal primo all’ultimo. Era abituata a parlare con loro e pure a confidarsi.</p>
<p>Un giorno nel bosco incontrò un ragazzo dall’aspetto piacevole e vestito in modo elegante che passava lì con il suo cavallo. Il ragazzo, abbagliato dalla sua bellezza, si fermò e si presentò. “Buongiorno, mi chiamo Enrico, sono il figlio del conte Massimiliano IV”. Lei un po&#8217; imbarazzata si presentò a sua volta. “Mi chiamo Annabella, ma tutti mi chiamano Bella”. Il giovane aristocratico volle sapere di più sul suo conto e quando comprese che era la figlia di un mugnaio rimase molto sorpreso e un po’ deluso. “Vivi in un mulino a vento?” chiese incredulo. “Esatto”, gli rispose lei sorridendo. Non si sarebbe mai vergognata della sua casa.</p>
<p>I due iniziarono a vedersi ogni tanto. All’inizio a Bella sembrava un ragazzo educato, ma poi scoprì che invece era arrogante e prepotente. Un giorno la afferrò per una mano e la strinse forte a sé. Le disse in modo scortese: “Diventerai mia moglie, non mi va più che ci vediamo così”. Lei incredula gli rispose che non ne aveva la minima intenzione e lui si arrabbiò tanto da darle un ceffone. Bella singhiozzando scappò via di corsa. Gli animali avevano assistito alla scena ed erano dispiaciuti per la ragazza che iniziò ad avere paura di recarsi di nuovo nel bosco. Qualche volta la incontravano ancora, ma era sempre di fretta e sembrava spaventata.</p>
<p>Raccontò loro che Enrico si presentava e la importunava persino a casa sua, in presenza del papà. Non sapeva più cosa fare e allora gli animali le promisero che avrebbero cercato di aiutarla in qualche modo, ma lei era scettica. “E che cosa potete fare per me? Nessuno mi può aiutare”. “Io potrei sorvegliare la strada che percorre verso casa tua. Ogni volta che si avvicina al bosco o al mulino inizierò a fischiettare continuamente, così potrai scappare o chiuderti in casa” propose la civetta. “Buona idea. Ma dobbiamo fischiare in coro e a lungo, così ci sentirai di sicuro”, disse il falco. “Già, facciamo cinque fischi continui, così sai che lui è nei dintorni”, aggiunse il gufo. “Vi ringrazio, amici miei”, Bella era commossa dalla disponibilità degli animali.</p>
<p>Quell’esperimento funzionò per un po’ di tempo. Se Bella era nel bosco e all’improvviso sentiva cinque lunghi fischi scappava in fretta. Anche quando era nel mulino, lei e il papà si chiudevano dentro appena capivano che Enrico stava arrivando. Qualche volta però picchiava sulla porta e urlava: “Apritemi, so che siete dentro”. Sapeva che erano in casa perché poteva sbirciare dalla finestra che aveva le tende poco coprenti. Ogni tanto Bella e suo papà andavano con il carro in un altro paese, dal panettiere al quale vendevano il grano. Era un buon cliente. Allora si assentavano per una giornata intera. In quei giorni gli uccelli non fischiavano, tanto Enrico non poteva fare del male alla ragazza se non era in casa. Enrico si accorse di quella stranezza. Quasi tutte le volte che passava per il bosco sentiva uno strano verso degli uccelli, oppure quando si avvicinava al mulino e lei non gli apriva la porta. Ma stranamente quando il mulino era vuoto gli animali non facevano nessun rumore. Capì che quello era un accordo tra gli uccelli e la ragazza, per avvisarla della sua presenza. “Non finisce qui”, si disse infastidito, “dannati animali”.</p>
<p>Il panettiere al quale vendevano il grano macinato aveva un bel figlio di nome Fabio. Bella e Fabio si innamorarono. Era un ragazzo educato e dolce e avevano tante cose in comune. Iniziarono a frequentarsi. Bella gli aveva raccontato tutto delle minacce di Enrico e dell’aiuto degli amici uccelli. Ma Fabio non poteva fare niente oltre che sperare che questo tizio lasciasse in pace la sua innamorata. Enrico venne a sapere che Bella si era fidanzata e andò su tutte le furie. In cuor suo aveva capito che non l’avrebbe mai conquistata. Allora decise di vendicarsi.</p>
<p>Quando andava nel bosco portava sempre con sé uno zaino con gli attrezzi. Aspettò il giorno in cui gli uccelli non fischiavano, allora capì che nel mulino non c’era nessuno. Aveva in mente di manomettere le pale del mulino. Così non avrebbero lavorato per un po’ e Bella non avrebbe incontrato spesso quel ragazzo, il figlio del panettiere. Enrico riuscì ad arrampicarsi sulla torre del mulino e iniziò a cercare di danneggiare le pale, non dovevano più girare con il vento. Ma gli uccelli si accorsero e in pochi attimi capirono che dovevano fermarlo immediatamente. Tutti gli animali del bosco si diedero da fare e fu trovata in fretta una corda. Poi uno stormo guidati dal falco si accanirono su Enrico che restò bloccato dalla paura. Si avvicinarono digrignando i denti anche la volpe, la lince e un piccolo castoro.</p>
<p>“Ma cosa state facendo, brutte bestie? Lasciatemi in pace, cosa vi ho fatto di male?”, urlava disperato e all’improvviso si ritrovò a girare con le pale del mulino. Il falco e la civetta, con l’aiuto di tanti altri piccoli uccellini, erano riusciti a legarlo tirando la corda con i denti mentre il cervo con le sue corna imponenti intimava al malcapitato di non muoversi. Urlava e urlava ma gli animali lo tennero bloccato fino a quando non si presentò il gufo. Con la sua aria saggia fece capire a Enrico che lo avrebbero lasciato libero soltanto dopo aver promesso sinceramente che non avrebbe mai più cercato Bella.</p>
<p>E così fece, scappando terrorizzato fra le risate e i versi intimidatori degli animali. Bella non venne a sapere mai dell’accaduto, ma si accorse che quel ragazzo arrogante non la cercava più. Si sposò con il figlio del panettiere. Rimasero a vivere nel mulino a vento e accanto costruirono anche una panetteria.</p>
<p>Vissero a lungo felici e contenti e il loro pane era il migliore, tanto che anche il re voleva essere rifornito solo da loro. Per quanto riguarda gli uccell loro si accontentarono delle briciole e gli altri animali furono felici di passare un po’ di tempo con Bella e la sua famiglia.</p>
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		<title>Il tè dell&#8217;amore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Pavetto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Feb 2026 03:45:49 +0000</pubDate>
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<p>La signora Angela era un’anziana signora di ottant’anni e come tutte le persone di una certa età aveva abitudini e rituali giornalieri che faceva fatica a cambiare.<br />
Ormai era vedova da tanti anni e abitava da sola in un appartamento piccolo ma molto accogliente dove ogni oggetto aveva una sua storia da raccontare. Verso le cinque del pomeriggio di ogni giorno la signora Angela si preparava una tazza di tè caldo. Non lo faceva solo per scaldarsi nelle fredde giornate d’inverno ma le piaceva sorseggiarlo anche d’estate. Poteva succedere che cambiasse il gusto delle bustine, a volte prendeva quelle al mirtillo, al melograno, oppure al lampone e ci versava sopra dell’acqua bollente. Aggiungeva sempre una fetta di limone e un cucchiaino di zucchero, anche se il dottore le aveva raccomandato di prenderlo amaro. Ma a lei il tè amaro non piaceva per niente e poi il dottore non l’avrebbe mai saputo… Qualche volta metteva un biscottino sul piattino e accendeva la televisione per guardare le sue serie preferite che erano sempre strappalacrime.</p>
<p>L’anziana signora Angela si serviva il tè in una bellissima teiera di porcellana colorata con il disegno di una fanciulla che suonava un flauto seduta sul prato all’ombra di un albero maestoso. Quell&#8217;immagine la faceva sognare a occhi aperti. La teiera aveva una forma tondeggiante e un beccuccio che assomigliava a una proboscide d’elefante rivolta verso l&#8217;alto che tutti sanno è un portafortuna. Dal lato opposto del beccuccio c&#8217;era il manico dello stesso colore del vestito della fanciulla, mentre il coperchio aveva un pomolino verde che si intonava con i colori della natura della stessa immagine. Poi la signora appoggiava la teiera su un vassoio d’argento rettangolare dai bordi intagliati molto elegante e raffinato. Era molto affezionata sia alla sua teiera che al vassoio, perché li aveva ricevuti come regalo di nozze. Aveva anche altre teiere e altri vassoi, ma non li usava quasi mai. Sul vassoio appoggiava sempre due tazze, una era per lei e l’altra per ricordare suo marito, che se ne era andato prematuramente, lasciando un vuoto incolmabile nel suo cuore. Così si sentiva meno sola, come se in qualche modo fosse ancora lì con lei. <strong>Perché a volte l’amore va oltre la vita</strong>.</p>
<p>E questo valeva anche per il vassoio e la teiera che erano molto innamorati l’uno dell’altro. Tutto il giorno aspettavano l’orario pomeridiano in cui la signora Angela li avrebbe messi insieme. Qualche volta l’anziana signora metteva un centrino sul vassoio e questa cosa non piaceva né al vassoio che voleva toccare quella finissima porcellana, né alla teiera che desiderava il contatto fisico con il suo vassoio. Ma per fortuna succedeva di rado, da quando si era rovesciato un po’ di tè su un centrino di pizzo e la macchia era rimasta.</p>
<p>Appena il vassoio iniziava ad annerire un po’ la signora Angela lo puliva accuratamente con prodotti specifici per l’argenteria e lo strofinava delicatamente per non lasciare graffi. Così il vassoio aveva sempre un aspetto invidiabile, bello come se fosse appena uscito dal negozio. Sembrava come se ci fossero due coppie a sorseggiare il tè dell’amore alle cinque del pomeriggio a casa della signora Angela.</p>
<p>Tutto andava per il meglio finché un giorno l’anziana signora non ruppe accidentalmente la sua adorata teiera mentre la lavava. Si sentì terribilmente in colpa e non riusciva a farsi passare il dispiacere.</p>
<p>“Che disastro, la mia teiera preferita! Me l&#8217;aveva regalata mia sorella per le nozze”, pensò tristemente e le scappò anche qualche lacrimuccia. Dopo così tanti anni di compagnia era molto doloroso separarsene. Ma non poteva fare niente per aggiustarla. Sarebbe stato inopportuno mettere il tè caldo in una teiera incollata, non poteva rischiare di scottarsi. Non le rimase nient’altro da fare che buttarla via, in pattumiera. Il vassoio vide tutto la scena e iniziò a piangere e piangere. Non voleva crederci, la sua amata teiera non c’era più. Pianse così tanto che diventò tutto nero come il carbone. Quando il giorno seguente la signora Angela lo prese in mano restò a bocca aperta. Aveva intenzione di farsi un tè e aveva già preparato una teiera nuova, moderna e d’acciaio luccicante. “Cosa ti è successo, come mai sei diventato così nero all’improvviso?”, non riusciva a capacitarsene. Prese il suo prodotto per pulire l’argenteria e continuò a strofinare ma il vassoio continuava a rimanere nero. “Questa sì che è bella”, si disse l’anziana signora, “adesso devo buttare anche te”. Così il vassoio finì nello stesso sacco dei rifiuti con la teiera che era ormai frantumata a pezzi.</p>
<p>La teiera fu contenta di ritrovarsi di nuovo con il suo amore, anche se le circostanze non erano molto romantiche. In seguito, tutti e due diventarono polvere e quel che è importante che si amano ancora.<strong> Perché l’amore, a volte, va oltre la vita</strong>.</p>
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		<title>L&#8217;avventura di Zeus</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Pavetto]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Feb 2026 03:49:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Composizione dei "Poeti in erba"]]></category>
		<category><![CDATA[Composizioni]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Sanja Rotim]]></category>
		<category><![CDATA[storie di animali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Cosa possiamo regalare quest’anno per il compleanno a Riccardo? Ho esaurito le idee, ormai ha già tutto”, disse la signora Stefania al marito. “Non saprei nemmeno io. Un’altra bicicletta o i pattini?” propose il marito. “Mi sembra che i vestiti nuovi non lo entusiasmino.” “Ma no, Simone, sempre le stesse cose. Vorrei qualcosa di nuovo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" width="514" height="600" class="aligncenter wp-image-252607 size-full" title="L'avventura di Zeus" src="https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2026/01/Cagnolino-Zeus_AI.png" alt="L'avventura di Zeus" srcset="https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2026/01/Cagnolino-Zeus_AI.png 514w, https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2026/01/Cagnolino-Zeus_AI-257x300.png 257w" sizes="auto, (max-width: 514px) 100vw, 514px" /></p>
<p>“Cosa possiamo regalare quest’anno per il compleanno a Riccardo? Ho esaurito le idee, ormai ha già tutto”, disse la signora Stefania al marito. “Non saprei nemmeno io. Un’altra bicicletta o i pattini?” propose il marito. “Mi sembra che i vestiti nuovi non lo entusiasmino.” “Ma no, Simone, sempre le stesse cose. Vorrei qualcosa di nuovo e mi piacerebbe vederlo veramente felice per quel dono. A volte mi sembra che finga che il regalo gli piaccia veramente solo per far contenti noi. E poi, quest’anno è stato così bravo a scuola. Merita qualcosa di meglio.” “Forse ci verrà in mente qualcosa per tempo”, le disse il marito. “Speriamo.”</p>
<p>La famiglia Negri era una famiglia benestante. Vivevano in una casa a due piani con un bellissimo giardino pieno di piante e fiori. Forse la casa era fin troppo grande per sole tre persone. Il signor Simone era titolare di una grossa ditta che produceva apparecchiature medicali che venivano esportate in tutto il mondo e sua moglie Stefania invece era una stilista. Il dodicenne Riccardo era figlio unico. Era un bambino bravo e educato, molto socievole. Forse avrebbe preferito avere una sorella o un fratello, ma nella vita non sempre si può scegliere.</p>
<p>Un giorno di novembre i signori Negri stavano passeggiando per le vie del centro in cerca del regalo per il compleanno del figlio. Non avevano ancora le idee chiare su cosa avrebbero potuto regalargli. Mancava ormai solo un mese al suo compleanno. “Guarda, Simone, che bel negozio! Che belli i vestitini per cani. Ma, guarda che meraviglia, il cappottino. E cosa sono quelle lì, babbucce?” diceva entusiasta la signora Stefania. E se gli regalassimo un cane?” all’improvviso s’illuminò in viso. “Un cane… non saprei. Non ha mai detto che vorrebbe un cane. E poi sarebbe capace di prendersi cura di lui? Io e te non abbiamo abbastanza tempo da dedicare ad un cane”, le rispose il marito con un tono di rammarico nella voce. “Intendevo un cagnolino piccolo, non penso che richieda così tanto impegno. Abbiamo un giardino grande, lì avrebbe lo spazio necessario per muoversi”, gli spiegò sua moglie. “Forse hai ragione. Però non sappiamo né dove si comprano né cosa serve d&#8217;altro.” “Dai, entriamo in questo negozio per abbigliamento di cani. Di sicuro ci sapranno dare qualche informazione utile.” “Hai ragione, proviamo”, fu d’accordo il marito. La commessa indicò loro un negozio che vendeva cani di piccola taglia. Si vedeva che era un’amante degli animali perché si mise a parlare a lungo del suo adorato cane Bobbi. Anche lei l’aveva ricevuto da piccola come regalo ed era stato il più bello della sua vita. “Grazie mille, è stata veramente gentile. Più avanti avremo bisogno anche dei vestitini, naturalmente.” “Allora a presto”.</p>
<p>***<br />
Faceva parecchio freddo. Le strade erano imbiancate dalla neve. Si stava avvicinando il Natale. In questo periodo il signor Fausto era più malinconico del solito. “Com’è potuto succedere? Una volta avevo tutto e adesso sono ridotto così, a dormire tra gli scatoloni di cartone”, pensò tirando su una coperta tutta sgualcita per coprirsi. Si ricordò dei suoi Natali felici che non avrebbe più avuto. Gli scappò una lacrima. “Avevo un lavoro e una casa, una famiglia, gli amici. E adesso sono un senzatetto. Un invisibile. La gente passa e sembra infastidita dalla mia presenza. Girano la testa dall’altra parte”, continuava a ripensarci tristemente. Il signor Fausto lavorava una volta come operaio. Faceva le manutenzioni in una ditta ma, purtroppo, a causa di una riorganizzazione aziendale era stata presa la decisione di licenziarlo, perché volevano ridurre il personale. Gli dissero che la sua figura non era più indispensabile per la ditta. Lui provò a cercare un altro posto di lavoro ma non lo trovò. Era sposato ed era sempre andato d’accordo con la moglie fino al licenziamento. Ma dopo lei cambiò. Sembrava sempre insoddisfatta, voleva i soldi. Lui cercò di spiegarle che non era colpa sua se l’avevano licenziato e che si sarebbe impegnato a trovare un altro lavoro. Ma le liti continuavano, ogni giorno di più. A un certo punto la moglie gli disse che voleva il divorzio, che il loro rapporto ormai era irrecuperabile. Per lui fu una grande delusione e un dispiacere enorme. Era l’unica donna che aveva mai amato in vita sua. Non c’era modo di farle cambiare l’idea. Gli disse anche che aveva trovato un altro. La casa nella quale vivevano era stata ereditata dai genitori della moglie. Così lui dovette abbandonarla dopo il divorzio. I primi tempi dormiva in macchina. Non aveva avuto la forza per chiedere aiuto a parenti o amici e si chiuse in se stesso. Provava vergogna e non riusciva a reagire. Così tagliò i contatti con tutti. Per lui sarebbe stato troppo umiliante chiedere aiuto. Chi sarebbe stato contento di ospitare a lungo una persona anche se si trattava di un parente o di un amico? In seguito, non riuscì a mantenere neanche quella macchina che aveva dei costi non sostenibili per un disoccupato. Così finì in strada dove si trovava ancora adesso. A volte passava la giornata sulla panchina in un supermercato. Lì poteva andare almeno in bagno e lavarsi un po’ e osservare le persone che avevano una vita normale. I negozianti lo conoscevano ormai bene e gli lasciavano dei prodotti che erano vicini alla scadenza. Di notte qualche volta quando faceva troppo freddo andava nella sala d’attesa del pronto soccorso. Ma in quel momento non ne aveva proprio voglia.</p>
<p>***<br />
“Che bello, mamma, papà, grazie!!!” disse Riccardo facendo salti di gioia. “Te lo sei meritato”, gli sorrisero i genitori. “Cagnolino mio, come sei dolce e tenero. Ma è tutto mio, sono io il suo padrone?” chiese Riccardo. Gli occhi gli sprizzavano di gioia. “Certamente.” “Lo chiamerò Zeus.” “È un bel nome, originale.” Zeus era un barboncino bianco con qualche macchiolina nera sul corpo. Sembrava un po’ smarrito quel giorno, con tutta quella confusione che c’era in casa. Erano presenti anche gli zii con i figli e un po’ di amici di scuola. Tutti volevano accarezzare il cagnolino o tenerlo in braccio. Ma, in poco tempo, Zeus si ambientò e con Riccardo fu subito in sintonia. Giorno dopo giorno erano sempre più legati. Durante l’inverno Zeus rimaneva in casa ma in primavera gli prepararono una bella cuccia in giardino. Come si divertivano lui e Riccardo a fare le corse e a giocare! I signori Negri non avevano molto tempo libero così era Riccardo ad occuparsi a tempo pieno del suo cagnolino. Quando il ragazzino era a scuola Zeus aspettava il suo ritorno impazientemente.</p>
<p>***<br />
“Hai prenotato anche il traghetto?” chiese la moglie al marito all’avvicinarsi delle vacanze estive. “Sì, tutto prenotato”, le rispose lui. “Non vedo l’ora. Il lavoro mi esaurisce.” “Anch’io sono così stanco. È proprio una vacanza quello che ci vuole in questo momento.” I signori Negri trascorrevano le vacanze da tanti anni in Sardegna in un residence lussuoso. Anche a Riccardo piaceva quel posto. Si era fatto anche lì degli amici. “Ma con il cane cosa facciamo?” &#8220;Me ne ero completamente dimenticata che quest’anno abbiamo anche il cane. Non possiamo portarlo con noi. Come si fa?” “Lo so, sarebbe un po’ complicato. Andare in spiaggia, al ristorante… ma a chi possiamo lasciarlo? E poi che cosa diciamo a Riccardo?” “La signora che viene a bagnare i fiori potrebbe anche portare da mangiare a Zeus. Ha la sua cuccia, il giardino, è a posto, credo. E poi di lei mi fido”, propose la signora Stefania. “Ne sei sicura? Dobbiamo pensarci bene.”<br />
“Non si può portare dietro, di questo sono certa. Immagina se fa dei bisognini nella hall dell’albergo. Che vergogna! E poi io voglio solo rilassarmi e godermi la spiaggia. È un anno che aspetto questo momento. Sento subito se Luisa può occuparsene&#8221;.</p>
<p>***<br />
“Mamma, ma deve venire anche Zeus”, disse Riccardo protestando alla notizia che il suo cagnolino sarebbe rimasto a casa. “Riccardo, mi spiace, ma non possiamo portarlo con noi”, gli rispose la mamma. “Come facciamo a viaggiare con lui sul traghetto, portarlo in albergo, in spiaggia…? Sarebbe troppo complicato.” “Ma come fa il mio amico Mattia a portare sempre con sé in vacanza il suo cane?” cercava di convincerli con gli occhi pieni di lacrime. “Per loro è diverso. Hanno una seconda casa, non vanno in albergo come noi”, intervenne il papà. “Ma ti prometto che l’anno prossimo ci organizzeremo meglio per portare anche Zeus con noi in vacanza. Questo è il primo anno che Zeus è con noi e siamo un po’ inesperti. Vedrai che non gli mancherà niente. Ci sarà la signora Luisa che si occuperà di lui.”</p>
<p>***<br />
“Franco, a me quel cane fa così pena”, disse la signora Luisa al marito. “Ma si può partire così lasciando un cane da solo a casa? Che teste!” La signora Luisa andava tutti i giorni a bagnare i fiori nel giardino dei signori Negri e guardava con<br />
compassione quel cagnolino che sembrava così impaurito. Stava lì, dentro la cuccia, tutto il giorno. A volta non mangiava neanche quello che gli lasciava nella sua ciotolina. “Non ti preoccupare, torneranno presto”, a volte gli parlava per consolarlo. La signora Luisa non aveva notato che Zeus stava scavando una buca sotto la siepe.</p>
<p>***<br />
Il signor Fausto sembrava stanco. Faceva troppo caldo. Non si sa se per lui era peggio d’inverno quando si gelava o d’estate quando gli girava la testa per il sole cocente. Ma più di tutto gli pesava la solitudine. Non parlava con nessuno da tanto tempo, tranne qualche “grazie” a quelli che gli offrivano una monetina oppure agli addetti del supermercato che gli regalavano spesso qualcosa. Era stanco della vita. Assorto nei suoi cupi pensieri vide un cagnolino che gli si stava avvicinando. “Ma guarda, tu chi sei? Bello, vieni, non aver paura”, gli si illuminarono gli occhi per la prima volta da quando si era trovato in quella condizione di uomo invisibile. Guardava questo cagnolino che aveva un’aria triste come lui. “Vediamo qui, hai un collare. Allora non sei un cane randagio. Zeus, che bel nome. Come il Dio greco, il capo dell’Olimpo. Sai, a me è piaciuta sempre la mitologia greca. Afrodite, Poseidone, Apollo, storie affascinanti”, il signor Fausto si rese conto di quanto poteva essere bello parlare di nuovo con qualcuno anche se si trattava di un cane. Zeus gli si avvicinò e si rannicchiò al suo fianco.</p>
<p>“Di sicuro ti stanno già cercando. Ti sei perso, come è potuto succedere? Sai, quando ero un ragazzo anch’io avevo un cane. Eravamo inseparabili fino alla sua triste fine. Non ho voluto mai avere un altro cane dopo di lui. Veramente era una cagnetta, si chiamava Lady.” Gli sembrava che il cagnolino lo ascoltasse volentieri. Aveva smesso di tremare. Il signor Fausto lo prese in braccio. “Come mi piacerebbe tenerti. Ma, purtroppo, appartieni a qualcun altro. Di sicuro hanno già distribuito i volantini con la tua foto. Domani guardiamo in giro. Dovrò renderti al tuo proprietario. Ma adesso riposa un po’, sembri stanco.” Lo prese in grembo e Zeus si addormentò.</p>
<p>***<br />
“Zeus, Zeus, dove ti sei nascosto?”, la signora Luisa guardava intorno spostando le piante e i cespugli. “Birichino, esci fuori. Non hai neanche mangiato quello che ti ho lasciato ieri. Dai, non giochiamo a nascondino. Sai, io non ho tutto questo tempo. Devo andare a casa a cucinare e fare i mestieri.” Ma poi vide una buca sotto la siepe. “Questa buca non c’era prima”, si rese conto all’improvviso. “O mio Dio! Zeus è scappato!”</p>
<p>***<br />
“Cosa, scappato, come?” urlava la signora Stefania. Meno male che Riccardo era in spiaggia con un suo amico quando le aveva telefonato la vicina per informarla dell’accaduto. “Simone, è scappato Zeus. Non chiedermi niente, prenota il viaggio di ritorno, muoviti.” “Scappato?” chiese incredulo il marito. “Vai a chiamare, non perdere tempo. Cosa ne so io di come è potuto succedere? Direi di non dire niente a Riccardo, tanto lo ritroveremo”, la signora Stefania cercava di consolare se stessa con queste parole. All’improvviso venne pervasa da un terribile senso di colpa. “Che razza di persone siamo, lasciare un cane da solo a casa!”, disse cercando di trattenere le lacrime. Intanto il marito continuava a telefonare. “Non c’è posto. Né sul traghetto, né su un aereo, tutto pieno”, comunicò con rammarico. “Ma non possiamo rimanere qui, dobbiamo cercare Zeus.” “E cosa possiamo fare, tornare nuotando?” “Sai che manca ancora una settimana fino alla fine del nostro soggiorno”, gli disse ormai rassegnata. “Siamo d’accordo che Riccardo non deve sapere nulla. Non possiamo dire neanche a Luisa di cercarlo, se si sparge in giro la voce che abbiamo lasciato a casa un cane da solo forse potremo essere perseguiti per legge. Non so come funzionano queste cose al giorno d’oggi.” “Non ci resta che aspettare. Speriamo che Zeus nel frattempo ritorni da solo. I cani sanno trovare la strada per tornare a casa.”</p>
<p>***<br />
“È proprio strano. Nessuno ti sta cercando. Come è possibile? Non vorrei che il tuo padrone stia male, o è in ospedale o chissà dove. Come mi piacerebbe che tu fossi mio! Sono un po’ egoista, lo so. Eppure, mi sono detto che dopo Lady non mi sarei mai affezionato a un altro cane. Ma in due giorni tu mi hai conquistato il cuore.” Zeus lo ascoltava tranquillo. Gli diede una leccata sulla mano.</p>
<p>***<br />
“Mamma, cosa hai? Perché quella faccia?” chiese Riccardo. “Niente, gioia, che faccia? Ho soltanto un po’ di mal di testa e basta.” “Anche il papà ha mal di testa? Cosa mi state nascondendo?” La madre non gli rispose. Non era stupido suo figlio, aveva notato il cambiamento d’umore dei genitori.</p>
<p>***<br />
“Oggi tornano finalmente. Franco, io non voglio sentirmi in colpa perché non ho visto in tempo quella buca. Chissà, povero cane, forse è stato investito da qualche macchina o è morto di fame e di sete. Che tristezza!” disse la signora Luisa. “Mica è colpa tua. Sono loro che si dovrebbero vergognare.” “Mi sa che sono già tornati. Vedo la loro macchina parcheggiata davanti casa.” “Nooo”, sentì l’urlo di Riccardo.</p>
<p>***<br />
“Eccoti qua!” disse il signor Fausto a Zeus mentre facevano la solita passeggiata mattutina. “Ti stanno cercando”, aveva un tono amaro della voce. “Ti devo dare via.” Durante il resto della giornata non riuscì a proferire parola.</p>
<p>“Ho trovato il vostro cane. Veramente, è stato lui a trovare me.” Il signor Fausto si era presentato davanti alla casa dei signori Negri. Aveva trovato l’indirizzo che c’era scritto sui volantini in cui si cercava Zeus. “Zeus, Zeus, cagnolino mio”, Riccardo faceva salti di gioia. Il cane gli corse incontro e rimasero a lungo abbracciati. “Ma, tu sei… Fausto? Mi sbaglio?” domandò il signor Simone stupito riconoscendo un suo ex dipendente. Aveva notato il suo aspetto trasandato. “Sì, signore, sono io”, rispose il signor Fausto evidentemente imbarazzato. Anche lui era sbalordito. Non avrebbe mai potuto immaginare che quell’adorato cagnolino appartenesse al suo ex datore di lavoro. Quello che l’aveva licenziato. “Dai, entra. Non sappiamo come ringraziarti. Raccontaci come hai trovato Zeus”, lo invitò cortesemente ad accomodarsi. Zeus si staccò da Riccardo, si avvicinò docilmente al signor Fausto e gli diede una leccata sulla mano. Poi ritornò di nuovo da Riccardo. “Vedo che si è affezionato a te.” Il signor Fausto iniziò a raccontare la sua triste storia. Il licenziamento, il divorzio, la solitudine. Il signor Simone si senti avvampare le guance. “Sai, non sono io che mi occupo di licenziamenti. Abbiamo dei consulenti che ci consigliano le migliori strategie per l’organizzazione e la crescita della ditta. Purtroppo, questo comporta a volte dei licenziamenti. Ma se mi avessi detto che ti eri trovato in quella situazione ti avrei riassunto, giuro! Magari ti avrei dato un’altra mansione. Siamo esseri umani, in fondo.”<br />
***</p>
<p>Il signor Fausto stava portando a spasso Zeus. Aveva un aspetto diverso da quando era stato assunto a casa dei signori Negri come domestico. Si occupava di piccole riparazioni, curava il giardino, faceva per loro la spesa. E naturalmente portava a spasso il cagnolino. Gli avevano fatto un contratto regolare, stipendio,<br />
vitto e alloggio compresi. Si era ripreso anche psicologicamente. Non si vergognava neanche se qualcuno lo riconosceva in quel supermercato dove aveva passato tanto tempo. “A tutti può capitare di cadere”, pensò, “ma è importante riuscire a rialzarsi.”</p>
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		<title>La nonna Marta e la sua gatta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Pavetto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Feb 2026 03:00:48 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" width="400" height="600" class="aligncenter wp-image-252602 size-full" title="La nonna Marta e la sua gatta" src="https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2026/01/gatto.png" alt="La nonna Marta e la sua gatta" srcset="https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2026/01/gatto.png 400w, https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2026/01/gatto-200x300.png 200w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p>Negli ultimi tempi la nonna Marta si sentiva molto triste. Una volta nella sua villetta con giardino abitava anche il figlio con la sua famiglia. Purtroppo per motivi di lavoro si era dovuto trasferire in un’altra città. E alla nonna Marta mancavano tanto soprattutto i suoi due nipoti, Serena di cinque anni e Luca di otto. Prima quella casa sprizzava di gioia e allegria , ma adesso era vuota e triste e anche troppo grande adesso che era rimasta sola. Il figlio le aveva proposto di venderla e di trasferirsi da loro, ma lei aveva rifiutato. Lì conosceva i vicini di casa e aveva due vecchie amiche nella casa di riposo che era a pochi passi di distanza. Non si può spostare così facilmente una persona anziana!</p>
<p>La nonna Marta era abbastanza in gamba per la sua età. Si occupava da sola della casa e del giardino, cucinava, andava a fare la spesa nel vicino supermercato e ogni primo del mese andava in posta a ritirare la pensione. Andava una volta alla settimana alla casa di riposo a giocare a carte con le amiche dove aveva conosciuto altri vecchietti. Il figlio le telefonava spesso, era molto in pensiero per lei. Ma lei ogni volta lo tranquillizzava: “Non ti preoccupare, figliolo, sto bene. Sono ancora autosufficiente per fortuna. Piuttosto come stanno i miei due angioletti? Mi mancano così tanto”. Il figlio voleva che assumesse qualcuno che l’aiutasse almeno nelle faccende domestiche ma lei aveva rifiutato anche questo. Non poteva stare ferma tutto il giorno e non fare niente. Anche così aveva fin troppo tempo libero a disposizione. Di solito dopo pranzo accendeva la televisione e guardava le sue serie preferite. Poi si dedicava al lavoro di maglia ai ferri. Per fortuna vedeva ancora abbastanza bene. Ma le serate erano un po’ lunghe e in solitudine senza poter scambiare parola con qualcuno. Non voleva ammetterlo al figlio perché sapeva che anche per loro non era stato semplice il trasferimento. I figli avevano dovuto cambiare la scuola e l’asilo e trovarsi nuovi amichetti. Luca aveva anche giocato a calcio nella squadra dell’oratorio. Dicevano tutti che era proprio bravo, gli allenatori erano molto dispiaciuti quando avevano saputo che si sarebbe trasferito. Gli avevano preparato una festa d’addio che era stata bella ma un po’ commovente.</p>
<p>***</p>
<p>La nonna Marta aveva da sempre l’abitudine di lasciare fuori dal cancello della sua villetta una ciotola con il cibo per cani e gatti randagi. La riempiva ogni mattina con le crocchette oppure con gli avanzi dei suoi pasti. Un freddo giorno d’inverno davanti a quella ciotola vuota trovò un gatto tutto tremolante. Stava lì accovacciato e spaventato, senza muoversi. Non sembrava che avesse voglia di andarsene. “Ma guarda, che sorpresa. Bello, non avrai mica dormito qui, con questo gelo? Dai, entra, tremi tutto. Ti devi scaldare un po’, così rischi di ammalarti”, disse la nonna Marta preoccupata facendo entrare il gatto in casa. Si diede da fare per trovare una cesta e un cuscino morbido su cui fare accomodare il gatto. Il gatto si acciambellò e si addormentò subito. La nonna Marta prese una copertina di lana e lo coprì facendo attenzione a non svegliarlo. Lo guardava con tenerezza. Quando si svegliò il gatto sembrava essersi ripreso. Cominciò a guardarsi intorno incuriosito e a esplorare tutta la casa. &#8220;Tu sei una gatta, se vuoi puoi anche rimanere qua, tanto io sono tutta sola soletta”, “Miao”, disse la gatta. “Questo lo prendo per un sì”, le sorrise contenta la nonna Marta. “Come potrei chiamarti, vediamo un po’. Mi piace Viola, è proprio un bel nome, tu cosa dici?” “Miao”. “Va bene, cara, vedo che andiamo subito d’accordo”, scherzò con la gatta. Quel giorno la nonna Marta non uscì, tanto aveva abbastanza cibo in casa. Non voleva lasciare subito la sua nuova amica da sola. “Viola, Violetta, la mia micetta”, sembrava proprio felice la nonna Marta quando si rivolgeva alla gatta. Non aveva più quell’espressione malinconica dei giorni precedenti.</p>
<p>Il giorno dopo la nonna Marta uscì per andare a fare la spesa e si sbrigò per tornare al più presto possibile per non lasciare la gatta troppo tempo da sola. Ma la gatta Viola non sembrava turbata per niente, come se fosse sempre stata lì. Ormai girava liberamente per la casa e conosceva ogni angolo. La nonna Marta si rese conto che si sentiva meno triste per la prima volta da quando se ne era andato il figlio. “Viola, Violetta, la mia micetta, cosa vuoi mangiare oggi? Ti ho preso questo al supermercato”, le riempì la ciotola con delle crocchette. “Miao, miao” “Allora vuol dire che approvi”, sorrise divertita la nonna Marta. Intanto suonò il telefono e lanonna Marta rispose con voce allegra e squillante. “Pronto, chi parla. Carlo, sei tu, amore, come stai?” “Mamma, che bella voce che hai oggi. Che cosa è successo, c’è qualcuno lì con te?” le chiese subito. Voleva raccontargli della gatta ma all’improvviso cambiò idea. Forse lui non avrebbe approvato che ospitasse un gatto randagio. Così mentì: “Sì, hai indovinato, gioia. C’è Viola, una mia vecchia amica”, fece l’occhiolino alla gatta. “Viola, non me ne hai mai parlato, mamma. Come l’hai conosciuta?” “Andavamo insieme a scuola”, disse allegramente la nonna Marta. Il figlio sembrava contento che la mamma avesse ritrovato una vecchia amica, ma gli pareva un po’ strano che non avesse mai parlato di lei. Comunque le disse che i nipoti stavano bene e pian pianino si stavano abituando alla nuova casa anche se la nonna mancava tanto anche a loro. Non vedevano l’ora che arrivassero le ferie per poterla incontrare e riabbracciare.</p>
<p>***<br />
La nonna Marta e la sua gatta andavano molto d’accordo. Ogni giorno sembravano più in sintonia. Intanto era passato il freddo inverno e la primavera era arrivata, riempiendo i giardini di boccioli e di fiori profumati e colorati. La nonna Marta e la gatta Viola passavano spesso le giornate nel giardino della loro casa. La gatta si appisolava sotto il ciliegio e passava così ore e ore beata. La nonna Marta si sedeva accanto a lei e sferruzzava o leggeva qualche rivista femminile. “Tu mi sembri ingrassata tanto nell’ultimo periodo. Fai fatica anche a muoverti. Ma, guarda un po’, porti dei cuccioli, cara. Me ne sono accorta solo adesso. Che tenerezza che mi fai”. La gatta avrebbe presto dato alla luce dei gattini. “Devo iniziare a chiedere in giro chi sarebbe contento di prenderli una volta che si possono staccare dalla mamma”, disse la nonna Marta alla sua gatta. “Miao” “Questo per me è un sì. Chiederò prima ai vicini di casa visto che anche loro hanno un bel giardino”. Così iniziò a indagare su chi potesse essere disposto a prendere, curare e amare un gattino. Ne trovò ben quattro interessati. La gatta era molto stanca e dormiva grande parte della giornata. La nonna Marta continuava con le sue abitudini, recandosi una volta alla settimana alla casa di riposo e raccontò alle sue amiche della gatta. Anche loro si erano accorte che la nonna Marta sembrava molto più allegra.</p>
<p>***<br />
Nello stesso paese della nonna Marta abitava un ragazzo di ventun’ anni di nome Gabriele. La vita non era stata molto generosa con lui. All’età di dieci anni aveva perso entrambi i genitori in un incidente stradale. Tutti li conoscevano, il padre era il panettiere del paese e la mamma faceva la maestra alle scuole elementari. Dopo l’incidente fu affidato alla zia paterna con la quale non andava molto d’accordo. In quel periodo sembrava arrabbiato con il mondo intero. Diventò un ragazzo ribelle, procurò molti dispiaceri alla povera zia. Si immischiò spesso in qualche zuffa a scuola o in giro per il paese. La zia veniva chiamata regolarmente a scuola a discutere con le maestre del suo comportamento, ma non sapeva come avrebbe potuto aiutarlo di più visto che era seguito anche dagli psicologi. In più anche lei non riusciva a superare la perdita del fratello e della cognata e purtroppo aveva iniziato a cercare conforto e distrazione esagerando con le bevande alcoliche. Quando compì la maggior età, con il dispiacere della zia, Gabriele decise di andare a vivere da solo nella casa dei genitori che non avevano mai venduto. Non si sapeva di preciso come potesse fare a mantenersi. Si sapeva che purtroppo era stato in prigione un paio di volte per piccoli furti e borseggi. Insomma, aveva intrapreso una brutta strada e annullato ogni contatto con la zia, lasciandola ancora più triste e sola di prima. Gabriele prese di mira la nonna Marta. Aveva notato che da un po’ di tempo viveva da sola e che ogni primo del mese andava in posta a ritirare la pensione. Elaborò il suo piano. Le avrebbe strappato la borsetta in una via poco frequentata dove passava tornando a casa dalla posta. Non doveva essere visto da nessuno, non poteva rischiare di finire in prigione. Un paio di volte che voleva mettere in atto il suo piano aveva dovuto rimandare perché lei passava sempre prima dal mercato che era sempre affollato. Un giorno la nonna Marta lo riconobbe e gli chiese gentilmente se potesse aiutarla a portare la sua spesa a casa. “Gabriele, mi aiuteresti per favore? Ho preso troppe arance”, gli chiese con cortesia. “Mmm”, prima che potesse dire una parola la nonna Marta gli infilò la borsa in mano. Durante il tragitto gli disse che da quando non c’era più suo papà non aveva più mangiato un pane così buono. Lo informò anche che dal comune organizzavano dei corsi gratuiti per diventare panettieri. Bastava mettere una firma sulla bacheca che c’era davanti al municipio. “Sai, mi ricordo che eri spesso in panetteria accanto al tuo papà quando eri piccolo. Magari hai ereditato il suo talento”. Lui mise il broncio. Non gli andava di fare il sentimentale. Ma la nonna Marta scorse una lacrimuccia nei suoi occhi e si commosse. Lei conosceva bene anche la sua povera zia e voleva provare a dargli qualche consiglio utile. Chissà, magari l’avrebbe ascoltata. Così arrivarono fino alla casa della nonna Marta. Gabriele vide la gatta in giardino e già iniziava a progettare un altro dei suoi piani. “Grazie, Gabriele, sei stato molto gentile”. “Mmm”.</p>
<p>***<br />
Tornato a casa Gabriele iniziò a rimuginare un po’. Decise che la cosa migliore per derubare la vecchia era rapire la sua gatta e ricattarla. Non sembrava una missione difficile scavalcare la recinzione del giardino e prendere la gatta. Così pensò e così fece un giorno che la nonna Marta era uscita per la spesa. Sotto lo zerbino lasciò un biglietto in cui c’era scritto: “Se vuoi indietro la tua gatta il giorno che ritiri la pensione lascia la tua borsetta in una scatola nera che vedrai in via dei Tigli angolo via dei Platani. Se parli con qualcuno la tua gatta sarà morta!!”. Una volta tornata dal supermercato la nonna Marta non vedendo subito la gatta in giardino iniziò a cercarla in giro. Le sembrò proprio strano, non era da lei allontanarsi proprio in questo periodo che era così affaticata.</p>
<p>“Viola, Violetta, la mia micetta, ma dove sei? Ti sei nascosta, dai, vieni, non farmi prendere un colpo, sai che questi scherzetti non mi piacciono.” Ma la nonna Marta aveva un brutto presentimento. La gatta in queste condizioni non avrebbe potuto scavalcare la recinzione. Andò a chiedere ai vicini di casa se qualcuno l’avesse vista ma la risposta fu sempre negativa. Suonò il telefono. “Carlo, sei tu. Senti, è successa una cosa terribile, è sparita Viola”, disse al figlio quasi piangendo. “Come sparita, mamma?” chiese lui stupito. “Era qui prima che andassi a fare la spesa. Sono tornata e lei non c’era più.” “Mamma, forse se ne è semplicemente andata”, voleva tranquillizzarla il figlio. “Non poteva, Carlo, è in dolce attesa.” “Ma, mamma!” le disse il figlio preoccupato. Quando finì la telefonata con la mamma disse alla moglie: “Sono molto preoccupato per la mamma. Ha un’amica immaginaria che chiama Viola, dice cheandava con lei a scuola. Secondo lei è sparita ed è pure in dolce attesa. Povera mamma”. “Forse dovresti avvisare il medico. Magari inizia ad avere un inizio di demenza senile. Forse le daranno un aiuto a casa, qualcuno che venga tutti i giorni a darle una mano. Per questo esistono i servizi sociali. Certo che è triste sentire queste cose”. “Hai ragione, proverò a sentire il Comune”. Poi la nonna Marta vide quel biglietto sotto lo zerbino e si tranquillizzò un po’. Capì subito chi l’aveva scritto e si convinse che quel ragazzo non avrebbe mai fatto del male alla sua gatta. In fondo poteva anche sacrificare una pensione per riaverla. Di sicuro non avrebbe parlato con nessuno. Mancava una settimana all’arrivo della pensione e nel frattempo venivano i vicini a chiedere alla nonna Marta se avesse ritrovato la sua gatta. Lei mentì anche a loro, disse di sì. Disse la stessa cosa al figlio e rifiutò un aiuto per i lavori domestici. “Ma, Carlo, non sono così rimbambita come credi”, disse al figlio un po’ offesa, “e poi c’è sempre Viola con me”.</p>
<p>***<br />
Gabriele si accorse che la gatta aspettava dei gattini e si preoccupò. “Gattina, mi scuso se ti ho portata qui. Adesso ti troverò un bel cuscino, vedrai che starai<br />
comoda”. Gabriele era tutto tenero con la gatta, le accarezzava il pelo. Lei sembrava così assonnata. “Sai, quando ero piccolo avevo un dolcissimo cane. Ma anche lui mi ha abbandonato presto, come tutti quanti. Io sono destinato a essere sempre solo ed è una cosa molto triste”, iniziò a confidarsi con la gatta. Lei sembrò ascoltarlo, ma poi si addormentò. Gabriele però iniziò a chiedersi cosa avrebbe fatto quando la gatta avrebbe dato alla luce i suoi piccoli. Non poteva mica chiedere a qualcuno se li voleva. Capì che aveva fatto una stupidaggine, rapire la gatta in queste condizioni. “Ma non sapevo che era in dolce attesa”, cercò di giustificarsi da solo. Non gli restava che portarla indietro di nuovo di nascosto. Così deciso, un giorno nascose la gatta sotto il giaccone e la rimise in giardino della nonna Marta. Gli dispiaceva un po’ staccarsi da lei, ma si era convinto che era giusto così. Quando la nonna Marta tornò a casa dal supermercato emise un grido di gioia vedendo la gatta di nuovo a casa. “Lo sapevo io che in fondo quel ragazzo non è cattivo”, disse a se stessa.</p>
<p>***</p>
<p>Finalmente la gatta Viola diede alla luce cinque tenerissimi gattini. Alla nonna Marta piaceva guardare come si prendeva cura di loro. Li leccava, coccolava e allattava,. Così passarono alcuni mesi e quando i gattini furono abbastanza grandi per poter stare senza la mamma la nonna Marta li regalò ai vicini di casa. Ma rimaneva un gattino che non aveva ancora trovato casa. “A chi potrei darlo?” si chiese la nonna Marta. All’improvviso le balenò in mente un’idea. “Quel ragazzo con cui sei stata un paio di giorni, Viola, ti piace? Sembra un po’ scorbutico ma io penso che in fondo non sia un ragazzo cattivo. Si era preso cura di te, non ti ha fatto mancare niente.” “Miao.” “Io lo prendo sempre per un sì, lo sai?” “Miao.” “Allora siamo d’accordo tutte e due, cara.” Così un giorno la nonna Marta si vestì e prese in braccio l’ultimo gattino rimasto. Andò a suonare alla porta della casa di Gabriele. Lui sobbalzò dallo stupore vedendo davanti a sé la nonna Marta. Questa sì che era una sorpresa! “Gabriele, gioia. Sai che ho una gatta che ha dato alla luce cinque meravigliosi gattini. Ecco, mi è rimasto solo quest’ultimo cucciolo. Volevo regalarlo a te.” Prima che potesse rispondere qualcosa la nonna Marta gli infilò il gattino in mano. “Comunque, se vedi che non riesci prenderti cura di lui, sai dove trovarmi. Ma io sono sicura che riuscirai curarlo e amarlo e poi l’amore che gli avrai dato ti sarà restituito. Gli animali hanno questo dono, credimi. Io senza la mia gatta Viola non riuscirei più a stare. E ricordati che sono aperte ancora le iscrizioni in comune per il corso di panettiere”, aggiunse sorridendogli e se ne andò. Gabriele rimase confuso con il gattino in mano.</p>
<p>***<br />
Un giorno la nonna Marta tornando a casa dal supermercato passò davanti al comune e vide il nome di Gabriele sulla bacheca. Non disse niente ma iniziò a canticchiare. Alcuni passanti la guardarono incuriositi ma a lei non importava. Si trattava della vita di un ragazzo giovane che forse stava prendendo la piega giusta. In più non le aveva reso il gattino. Quando tornò a casa la nonna Marta era felicissima. “Sai, Viola, secondo me noi dovremmo iniziare a organizzare delle feste nel nostro giardino, invitare i vicini che hanno i gatti. Cosa ne pensi?” “Miao.” “Infatti, dobbiamo un po’ vivacizzare le nostre giornate, farebbe bene a tutte e due. Adesso mi metterò a pensare come fare gli annunci. Magari possiamo organizzare delle serate danzanti, con la musica.” “Miao.” “Tu sei sempre d’accordo con me, Viola, Violetta, la mia micetta.” Quello che la nonna Marta aveva in mente lo fece veramente. Ogni venerdì sera nel suo giardino si ballava. Arrivavano i vicini e i conoscenti accompagnati dai loro gatti. Mettevano una radio sul davanzale della finestra e si divertivano in compagnia. Queste serate ebbero molto successo, piacquero a tutti gli invitati. Ad alcuni venne l’idea che si potevano alternare nell’organizzare le feste per non dare troppo da fare alla nonna Marta. Una di quelle sere telefonò il figlio. “Non ti sento bene, Carlo, sei tu?” “Mamma, che cos’è questo baccano che si sente?” “La televisione, perché non sento bene, devo alzare tanto la voce”, si inventò la nonna Marta. “Povera mamma, sempre peggio”, pensò il figlio.</p>
<p>***</p>
<p>Dopo qualche mese, dalla nonna Marta venne Gabriele. Aveva un’espressione un po’ imbarazzata. “Nonna Marta, ecco… io sono venuto a ringraziarla per tutto quello che ha fatto per me. Lei aveva ragione su tutto. Il gattino mi piace tanto, mi riempie le giornate e mi sembra anche che si è affezionato a me. Sto facendo quel corso, mi sono stancato di non fare niente e poi mi piace l’idea di seguire le orme del mio papà. Mi sono riconciliato anche con la zia. Ha fatto tanto per me e poi non era mica colpa sua per quello che è successo ai miei genitori.” “Lo sapevo che sei un bravo ragazzo. Altrimenti non ti avrei dato il nostro gattino, ti pare?” gli fece l’occhiolino la nonna Marta. Quanto ti può cambiare la vita un gatto randagio!</p>
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		<title>Storia di una fetta di polenta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Pavetto]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Nov 2025 03:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Composizione dei "Poeti in erba"]]></category>
		<category><![CDATA[Composizioni]]></category>
		<category><![CDATA[polenta]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Valdevit Lovriha]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Silvano che abita ad Andreis e che va verso i novanta anni di età, tra altre storie, ci ha raccontato anche questa, che penso meriti di essere trascritta e conosciuta. &#8220;Una mattina del 1944, quando avevo sette anni, mi trovavo con mia mamma in piazza a Montereale Valcellina e stavamo per tornare a piedi a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="500" class="aligncenter wp-image-251989 size-full" title="Storia di una fetta di polenta" src="https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2025/11/Bambino-polenta-BN.jpeg" alt="Storia di una fetta di polenta" srcset="https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2025/11/Bambino-polenta-BN.jpeg 500w, https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2025/11/Bambino-polenta-BN-300x300.jpeg 300w, https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2025/11/Bambino-polenta-BN-150x150.jpeg 150w" sizes="auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px" />Silvano che abita ad Andreis e che va verso i novanta anni di età, tra altre storie, ci ha raccontato anche questa, che penso meriti di essere trascritta e conosciuta.</p>
<p>&#8220;Una mattina del 1944, quando avevo sette anni, mi trovavo con mia mamma in piazza a Montereale Valcellina e stavamo per tornare a piedi a casa, per la tortuosa via che costeggiando il torrente Cellina arriva su su fino alla diga del Vaiont (a quell&#8217;epoca non era ancora stata costruita l&#8217;attuale lunga galleria di quattro chilometri).Piangendo dissi a mia madre: &#8220;Sono sfinito, ho solo fame, tanta fame, non c&#8217;è la faccio a camminare&#8221;. Mi rispose: &#8220;E adesso come facciamo che sono del tutto senza soldi? Che non posso andare in bottega a comprarti niente? Aspetta: non mi resta altro che provare a chiedere alla mia amica, che lavora presso una ricca famiglia, se ci può dare almeno una fetta di polenta&#8221;. L&#8217;amica, di nascosto e rischiando, ci diede ben incartata una bella fetta di polenta e cosi, mangiandola, ripresi le forze e così tornammo a casa.</p>
<p>Una storia normale, se non fosse per quello che vi aggiungo adesso. Naturalmente quella volta, affamato com&#8217;ero, mangiai avidamente quella benedetta fetta di polenta, che però non mi piacque. E sapete perché? Perché era salata e noi non eravamo abituati a questo gusto. Noi, poverissima gente, non avevamo il sale e dunque la nostra polenta era senza sapore, scipita. A differenza dei ricchi che con i soldi che avevano il sale se lo potevano permettere! Non solo  il sale, anche tutto il resto, il pane, la carne, più paia di scarpe e il cambio dei vestiti.</p>
<p dir="ltr">Eravamo in tempo di guerra, che però, come s&#8217;e&#8217; visto, non erano tempi uguali per tutti&#8221;.</p>
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		<title>Innocenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Pavetto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Oct 2025 03:30:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Composizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Composizioni d'Autore]]></category>
		<category><![CDATA[pace]]></category>
		<category><![CDATA[Renzo Pezzani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Leggiamo insieme questo breve testo in prosa che apre la  raccolta di poesie di Renzo Pezzani dal titolo Innocenza Un viandante passò da un paese. La gente era al lavoro: gli uomini nei campi, le donne al lavatoio, i bambini a scuola. Non c&#8217;era che un agnellino per la strada: brucava erba tra i sassi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="448" class="aligncenter size-full wp-image-251353" src="https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2025/09/prosa-di-Pezzani-Renzo-Innocenza.jpg" alt="" srcset="https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2025/09/prosa-di-Pezzani-Renzo-Innocenza.jpg 600w, https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2025/09/prosa-di-Pezzani-Renzo-Innocenza-300x224.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /></p>
<h3 dir="ltr">Leggiamo insieme questo breve testo in prosa che apre la  raccolta di poesie di Renzo Pezzani dal titolo Innocenza</h3>
<p dir="ltr">Un viandante passò da un paese. La gente era al lavoro: gli uomini nei campi, le donne al lavatoio, i bambini a scuola.<br />
Non c&#8217;era che un agnellino per la strada: brucava erba tra i sassi e suonava un campanello.<br />
— Benedetto questo paese &#8211; disse il viandante &#8211; che invece di un cane mette di guardia un agnello.<br />
La pace è meglio custodita dall&#8217;innocenza che dalla forza.</p>
<p dir="ltr"><img loading="lazy" decoding="async" width="324" height="450" class="aligncenter wp-image-251355 size-full" title="Innocenza, di Renzo Pezzani, SEI, 1965" src="https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2025/09/Innocenza-cover.png" alt="Innocenza, di Renzo Pezzani, SEI, 1965" srcset="https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2025/09/Innocenza-cover.png 324w, https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2025/09/Innocenza-cover-216x300.png 216w" sizes="auto, (max-width: 324px) 100vw, 324px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.filastrocche.it/feste/filastrocche-di-pace/"><img loading="lazy" decoding="async" width="170" height="113" class="alignnone wp-image-240116 size-full" title="Filastrocche di Pace" src="https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2015/01/filastrocche-di-pace-170.jpg" alt="Filastrocche di Pace"   /></a><br />
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		<title>Lo scoiattolo Gigi a scuola</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Pavetto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Oct 2025 03:07:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Composizione dei "Poeti in erba"]]></category>
		<category><![CDATA[Composizioni]]></category>
		<category><![CDATA[fiaba]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[storie di animali]]></category>
		<category><![CDATA[tutela della natura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vicino a una scuola elementare c’era un parco enorme con bellissimi alberi secolari. I bambini lo attraversavano spesso per andare a scuola, i più piccoli accompagnati dalle mamme e quelli un po’ più grandicelli da soli. Nel parco le mamme si fermavano dopo la scuola con i loro figli per chiacchierare un po’ e far [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="500" class="aligncenter wp-image-251472 size-full" title="Lo scoiattolo Gigi a scuola" src="https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2025/09/scoiattolo-scuola-AI.jpeg" alt="Lo scoiattolo Gigi a scuola" srcset="https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2025/09/scoiattolo-scuola-AI.jpeg 500w, https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2025/09/scoiattolo-scuola-AI-300x300.jpeg 300w, https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2025/09/scoiattolo-scuola-AI-150x150.jpeg 150w" sizes="auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px" />Vicino a una scuola elementare c’era un parco enorme con bellissimi alberi secolari. I bambini lo attraversavano spesso per andare a scuola, i più piccoli accompagnati dalle mamme e quelli un po’ più grandicelli da soli. Nel parco le mamme si fermavano dopo la scuola con i loro figli per chiacchierare un po’ e far giocare i bambini prima di rientrare a casa.</p>
<p>In un albero di tiglio abitava una famiglia di scoiattoli e, come loro, nel parco vivevano molti altri scoiattoli, diverse specie di uccelli e anche qualche riccio. Ma questa è la storia di uno scoiattolo speciale di nome Gigi. La sua casa era in una cavità di un albero che aveva tanti anni. Lì si potevano incontrare anche i suoi quattro fratelli e i genitori. Come tutti gli scoiattoli anche Gigi e la sua famiglia dedicavano la maggior parte del tempo delle loro giornate a raccogliere le ghiande. Ma Gigi era molto attratto dalla scuola che distava pochi metri da casa. Usciva spesso dal parco e si arrampicava sui muri della scuola fino ad arrivare al davanzale della finestra per guardare all&#8217;interno con ammirazione: i bambini seduti ai loro posti e la maestra che scriveva con il gessetto sulla lavagna o spiegava lo affascinavano e incuriosivano.</p>
<p>“Chissà che cosa dice?” si chiedeva Gigi. “Se solo potessi sentire”, pensava tristemente. “Dove vai sempre fuori dal parco?” gli chiese sua mamma un giorno che l’aveva perso di vista. “Guardo le lezioni a scuola. Come mi piacerebbe seguirle da dentro”, le confidò. “Ma Gigi, tu sei uno scoiattolo. Noi non frequentiamo la scuola ma raccogliamo le ghiande, te lo sei dimenticato forse?” scherzava la mamma scoiattolo. “Lo so, però quel mondo mi attira così tanto”. “Dai, non pensarci più. Unisciti ai tuoi fratelli e cerca le ghiande”. “Va bene, mamma”, rispose rassegnato Gigi.</p>
<p>Ma non riusciva a togliersi quel pensiero dalla testa e andava ancora di nascosto a sbirciare le lezioni. Anche la maestra e gli alunni si erano accorti di lui. “Quello scoiattolo mi sembra più attento di voi, ragazzi”, disse la maestra agli scolari un giorno. “Fa così tanta tenerezza”. “Lo incontro sempre quando attraverso il parco e mi sembra che fissi sempre il mio zaino”, disse Domenico alla maestra. “Poverino, forse vorrebbe venire a scuola anche lui”, disse un altro bambino. “Maestra, possiamo lasciarlo entrare in classe?” chiesero quasi in coro. “Mmm, veramente, non lo so. Dovrei parlare prima con il preside. Non abbiamo mai avuto un animale come alunno”, disse la maestra imbarazzata. “Mia mamma dice sempre che gli animali sono più intelligenti e sensibili delle persone”, esclamò Rebecca.</p>
<p>“Va bene, Rebecca, non voglio andare fuori tema. Chiederò un parere al preside dopo le lezioni”, replicò la maestra. I bambini iniziarono a bisbigliare tra loro e si intuiva la loro speranza di avere un altro alunno in classe. Uno un po’ particolare.</p>
<p>Quel giorno Domenico tornando da scuola accompagnato dalla mamma attraversò il parco come faceva di solito si fermò a parlare con lo scoiattolo Gigi. “Ciao scoiattolo. Io sono Domenico, un alunno della prima A di questa scuola. Ti vediamo sempre che ci osservi dalla finestra”. “Ciao Domenico. Io sono lo scoiattolo Gigi. Sì, è vero, mi piace guardare le lezioni. Peccato però che non si riesca a sentire niente da fuori”. “Sai che oggi abbiamo parlato di te con la maestra. E lei ha promesso che sarebbe andata a chiedere al preside il permesso per lasciarti venire in classe e seguire le lezioni”. “Veramente?” esclamò lo scoiattolo Gigi sorpreso. “Giuro che è vero”. “Che bella notizia che mi hai dato! Poi mi fai sapere che cosa hanno deciso?” disse allegramente lo scoiattolo Gigi e corse dai genitori a raccontare l’accaduto.</p>
<p>“Ma che cosa vorresti fare a scuola?” gli chiesero stupiti i genitori. “Vorrei imparare tante cose”, rispose convinto. “E a che cosa ti servirebbero queste cose? Noi siamo scoiattoli, raccogliamo ghiande. Mio papà raccoglieva ghiande e pure mio nonno e bisnonno”. “Ma io continuerei a raccogliere ghiande. Solo che potrei studiare e imparare tante cose”. “Roba da matti”, mormorò il papà scoiattolo senza farsi sentire. “Vedremo che cosa diranno la maestra e il preside”, gli disse la madre. Non voleva rispondergli in modo scortese anche se sperava che dicessero di no dalla scuola.</p>
<p>Quando Gigi si allontanò dai genitori il papà scoiattolo chiese incredulo alla moglie: “Ma tu lo manderesti davvero a scuola?”. “Se è quello che vuole allora dico di sì. I genitori devono permettere ai figli di inseguire i loro sogni, anzi, dovrebbero assecondarli e aiutarli”, gli spiegò la mamma scoiattolo. “Tu ascolti troppo quelle mamme che si siedono sulle panchine. Cosa mi tocca sentire. Mio figlio che vuole andare a scuola. Magari l’altro vorrà suonare la chitarra e la terza fare la ballerina. E io dovrei lasciarli inseguire i loro sogni? Dimmelo tu se è giusto”, le disse sbuffando. “Non disperarti prima del tempo, vedrai che non gli permetteranno di frequentare la scuola”.</p>
<p>Ma la mamma scoiattolo si sbagliava. Il preside aveva acconsentito alla richiesta che lo scoiattolo Gigi potesse seguire le lezioni. Quando si sparse la notizia tra gli altri scoiattoli, dissero: “Ma tu sei proprio strano, perché vuoi andare a scuola? Che cosa credi di imparare di così importante? E poi non sarai mai più con noi a raccogliere le ghiande?”. “Giuro che troverò il tempo per voi, ma mi piace la scuola e lo studio, non posso farci niente, sono fatto così”.<br />
La mamma e il papà scoiattolo furono chiamati dal preside e dalla maestra per un colloquio. Venne spiegato loro che avevano autorizzato il loro figlio a frequentare le lezioni ma dovevano saper bene che c’erano delle regole da rispettare. Non arrivare in ritardo a scuola, portare uno zainetto con i libri e i quaderni, fare regolarmente i compiti a casa. Poi la maestra spiegò delle riunioni per i genitori e di un gruppo WhatsApp.</p>
<p>“Whats-che, mai sentito nominare!” disse la mamma scoiattolo corrugando la fronte. Allora la maestra spiegò che avrebbero dovuto comprarsi un cellulare in modo che si potessero scambiare i messaggi con gli altri genitori. “Ma se non so leggere, quali messaggi mi posso scambiare?” disse la mamma scoiattolo un po’<br />
scocciata. Allora la maestra e il preside si guardarono imbarazzati e si allontanarono per parlare tra di loro e non farsi sentire. “Sentite, abbiamo deciso che voi potete non partecipare alle chat tra i genitori”. “Eh?” “Però alle riunioni dovrete venire”. “Pure le riunioni adesso!” protestò il papà scoiattolo. “Ma raccomanderò di non scegliere voi come rappresentanti di classe”, disse sorridendo la maestra.</p>
<p>Mamma e papà scoiattolo salutarono e uscendo commentarono le parole, per loro strane, che avevano sentito in quell’incontro. “Non ci porterà niente di buono questa scuola, tu e quel discorso sull’inseguire i sogni”, disse sbuffando il papà scoiattolo. “Che cosa dobbiamo fare allora, dimmelo tu se sei più intelligente di me”, rispose la mamma scoiattolo un po’ offesa. “Ti ho detto che non lo so. Adesso bisogna pure sborsare dei soldi per i libri e i quaderni. Povero me!”.</p>
<p>Anche se non proprio contenti la mamma e il papà scoiattolo non fecero vedere a Gigi il loro vero stato d’animo. Comprarono lo zaino, i libri, i quaderni, l’astuccio, le matite e tutto il necessario. Lo scoiattolo Gigi sprizzava di gioia. Non doveva più fare il clandestino. Sarebbe stato un vero alunno anche lui!</p>
<p>La scuola gli piaceva sia da fuori che da dentro. La maestra lo mise nel banco insieme a Domenico, visto che si conoscevano già. Gigi non avrebbe deluso né la maestra, né il preside. Ascoltava attentamente le spiegazioni, scriveva regolarmente i compiti e si comportava bene in classe.</p>
<p>Quando tornava a casa trovava il tempo anche per i suoi amici scoiattoli e insieme a loro raccoglieva le ghiande. Raccontava della vita scolastica anche se sembrava che agli altri non interessasse più di tanto. “Vedrai che presto capirai che il tempo che trascorri a scuola è solo tempo sprecato”, gli disse uno scoiattolo saltellando. “Non sono d’accordo con te, ma cambiamo adesso argomento.” Gigi non voleva litigare con i suoi amici.</p>
<p>La mamma e il papà scoiattolo si sforzarono di partecipare alle riunioni di classe. Vennero a conoscenza che Gigi era proprio portato per lo studio e si impegnava molto. Loro cercavano di sembrare interessati e contenti.</p>
<p>Così passarono gli anni. Ormai tutti si erano abituati al fatto che Gigi frequentasse la scuola. Un giorno tornando a casa Gigi si fermò sbalordito davanti a un cartello che era appeso al cancello del suo parco. Impallidì e si mise a correre. “Dobbiamo fare qualcosa, ci distruggeranno il parco”, gridava. Gli animali lo guardavano stupiti. “Che cosa stai dicendo? Chi ci distruggerà il parco?” “Vogliono fare qui un centro commerciale. I lavori inizieranno il mese prossimo”, stava quasi piangendo. Gli animali increduli gli chiesero: “Ma chi ti ha detto questa fesseria?”. “Venite con me a vedere”. Lo seguirono fino al cancello dove era appeso quel cartello. “Adesso vedete che è vero”, disse cupamente lo scoiattolo Gigi. “Noi veramente non capiamo niente”, disse uno di loro. “Non sappiamo mica leggere”, aggiunse un altro scoiattolo. Solo in quel momento Gigi si ricordò che gli altri scoiattoli non erano in grado di leggere. “Scusate, non mi è venuto in mente che siete analfabeti. Comunque, qui c’è scritto che il mese prossimo inizieranno i lavori per un nuovo centro commerciale e tutti gli alberi saranno abbattuti”, spiegò loro. “Ma non possono farlo! Bisogna fare qualcosa”, urlavano gli animali impauriti. “Bisogna protestare, andare dal sindaco e parlargli”, propose lo scoiattolo più anziano. “Già. Magari possiamo preparare dei cartelli con la scritta “Giù le mani dal nostro parco” e protestare per le vie del paese. Magari sarà d’accordo con noi anche la gente”, disse lo scoiattolo Gigi. “Buona idea. Ma dovrai scrivere tutto tu, Gigi. Noi non siamo andati a scuola”. “Non c’è problema”, rispose Gigi tranquillizzandoli. Scrivere, per lui, era una cosa normale.</p>
<p>Così si organizzarono e con i cartelli in mano girarono per le vie del centro città. Infine, ottennero di essere ricevuti dal sindaco. “Ma sono le persone che vogliono un centro commerciale”, spiegò il sindaco. “Ma di sicuro non lo vogliono proprio lì al posto del nostro parco. Si può trovare una zona migliore. I parchi sono i polmoni della città. La gente già respira tanto smog e gli spazi verdi devono crescere e non diminuire”, iniziò a parlare Gigi ricordandosi una lezione di biologia. Il sindaco capì che gli animali avevano ragione. Si convinse di bloccare quel progetto e invitò i suoi ideatori a cercare un nuovo posto che non comportasse interventi sugli spazi verdi della città.</p>
<p>E così il parco fu salvato grazie allo scoiattolo Gigi che aveva studiato. Da allora nessuno più non gli disse che la scuola non serviva a niente. È sempre utile avere uno studioso in famiglia.</p>
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		<title>La gallina e l&#8217;asino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ilaria Pavetto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Sep 2025 03:36:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Composizione dei "Poeti in erba"]]></category>
		<category><![CDATA[Composizioni]]></category>
		<category><![CDATA[favola]]></category>
		<category><![CDATA[storie di animali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alla gallina Lina avevano regalato per il suo compleanno un’automobile usata. Le avevano dato anche un consiglio: “Usala finché funziona e poi sbarazzatene”. Effettivamente le condizioni dell’auto non erano buone ma “fa niente” pensava la gallina Lina, “a caval donato non si guarda in bocca”, come si dice. Come era contenta la gallina Lina ad [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="500" class="aligncenter wp-image-251470 size-full" title="La gallina e l'asino" src="https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2025/09/gallina-auto-AI.jpeg" alt="La gallina e l'asino" srcset="https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2025/09/gallina-auto-AI.jpeg 500w, https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2025/09/gallina-auto-AI-300x300.jpeg 300w, https://www.filastrocche.it/contenuti/wp-content/uploads/2025/09/gallina-auto-AI-150x150.jpeg 150w" sizes="auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px" />Alla <strong>gallina Lina</strong> avevano regalato per il suo compleanno un’automobile usata. Le avevano dato anche un consiglio: “Usala finché funziona e poi sbarazzatene”. Effettivamente le condizioni dell’auto non erano buone ma “fa niente” pensava la gallina Lina, “<em>a caval donato non si guarda in bocca</em>”, come si dice.</p>
<p>Come era contenta la gallina Lina ad andare in giro con la sua macchinina. “Adesso sono proprio una cittadina”, pensava. Lei era da sempre la gallina più emancipata del pollaio. E ora che aveva la macchina lo era ancora di più. Era lei a vendere le uova in paese e lo zabaglione confezionato nei vasetti. La richiesta era soddisfacente. Poi andava in posta a ritirare i pacchi, portava il gallo a fare qualche visita dal veterinario, usciva con le amiche o le accompagnava a fare le compere. Erano andate insieme anche in vacanza, persino all’estero una volta, quando c’era una fiera delle uova. “Ragazze, oggi si va a spasso”, di solito si annunciava così alle altre galline. “Evviva”, rispondevano loro.</p>
<p>Ma un bel giorno, la macchina l’aveva tradita. Si è fermata in mezzo alla strada ed era saltata via una ruota. “Povera me, cosa faccio adesso con questo rottame”, pensava la gallina Lina. “Mi hanno detto che non è da riparare, così la lascerò qui, non mi serve più una macchina conciata così”. Quando uscì dall&#8217;auto si era staccata anche la portiera. “Andiamo di male in peggio qua”, si lamentò.</p>
<p>Stava per andarsene quando vide un asino arrivare da lontano, tutto affaticato dal peso che portava sulla schiena. Così le venne in mente un’idea. Quando si avvicinò, gli disse: “Asinello, poverino, ma che peso porti? Sembri così affaticato”. “Infatti, lo sono, però devo guadagnarmi da vivere. E questo è il lavoro che faccio”, aveva replicato l’asino. “Ma che cosa ha la tua macchina? Non ho mai visto prima una macchina con tre ruote e senza la portiera”. “Mi sono fermata un attimo perché mi sono stancata di guidare. La macchina non ha una ruota, neanche la portiera perché così risparmia la benzina. Sai una cosa asino, io sono molto generosa. Se vuoi te la vendo a buon prezzo”, gli propose la gallina. “Davvero?” rimase stupito l’asino. “Ma io non ho così tanti soldi. Non è così redditizio il mio lavoro, purtroppo. Riesco appena a mangiare e pagare l’affitto”. “Non ti preoccupare, dammi quello che hai e la macchina sarà tua”. “Allora devo tornare a casa a prendere i soldi”. “Va bene, ti aspetto. Lascia qui quello che porti sulla schiena, lo curerò io”. Così l’asino tornò con il denaro, tutto quello che possedeva. “Gallina, lo so che non è tanto. Ti ringrazio molto. Ti renderò il favore”.</p>
<p>“Fa niente, asino. Adesso fai con calma, metti il peso nel bagagliaio”. La gallina Lina se ne andò via di corsa. “Ti saluto, sono di fretta, ti auguro buon viaggio”. “Grazie”.</p>
<p>L’asino con calma riempì il bagagliaio mentre la gallina ormai era sparita dalla sua visuale. L’asino cercò di far partire l&#8217;auto, ma senza successo. “Forse è rimasta ferma per tanto tempo”, pensò. “Oppure dovrei togliere anche altre tre ruote, così sarebbe diritta e risparmierebbe ancora di più la benzina”. E così fece, ma senza risultati. Sembrava più stanco di prima. Era rimasto seduto così a lungo scervellandosi sul da fare, ma alla fine si era reso conto che era stato truffato. “Dovevo ricordarmelo che sotto il buon prezzo ci cova la frode”, pensò tristemente l’asino. Non sapeva niente della gallina, né chi fosse né dove abitasse. Ormai non c’era niente da fare.</p>
<p>Si stava alzando per andare via, ma un signore che passava di lì lo fermò: “Asino, cosa fai in una macchina senza le ruote?”. “Meglio se non me lo chiedi. Sono stato ingannato”. “Ma io riconosco questa macchina. È della gallina Lina, quella che vende le uova in paese”. “Veramente? Mi sai dire dove abita?” “Sì, lo so. In Via dei Gelsi, dopo la rotonda c’è un pollaio, non puoi sbagliare”. “Ti ringrazio signore per queste informazioni”. Adesso l’asino sapeva dove trovare la gallina. Ma cosa avrebbe potuto fare? Ormai i soldi se li era presi, non glieli avrebbe ridati di sicuro.</p>
<p>Così l’asino iniziò a pensare a come poteva renderle pan per focaccia. Gli venne in mente una bell’idea: dopo aver preso i guanti e le forbici dal bagagliaio, andò nei campi a cercare dell’ortica, ne fece un bel mazzo avvolgendolo nella carta, per non far vedere cosa c&#8217;era dentro. Andò poi in Via dei Gelsi e non fu difficile per lui trovare il pollaio. “C’è la gallina Lina?”, chiese in giro. “Sì, ecco la lì”, gliela indicò un’altra gallina. Quando la gallina Lina vide l’asino, spaventata cerco di scappare. Ma lui riuscì a precederla, dicendo che era venuto per ringraziarla e regalarle dei fiori. “Ah, stupido asino”, pensò la gallina. “Non ha capito che l’ho imbrogliato”. L’asino consegnò il mazzo alla gallina e lei lo annusò, come si fa sempre con i fiori. Subito si mise ad urlare: “Ahi, ahi, mi brucia tutto, ahi, la mia faccia. Brutto asino, cos’è questa? Ortica?”, era tutta rossa in viso e le erano venute persino le bollicine.</p>
<p><strong>“Chi male fa, male aspetta”</strong>, replicò l’asino.</p>
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