Il trono
Sanja Rotim
C’era una volta un regno governato da un re molto bizzarro. Questo sovrano un po’ irresponsabile aveva la brutta abitudine di alzare troppo il gomito e addirittura era capace di ubriacarsi anche nelle occasioni ufficiali e importanti. I sudditi erano a conoscenza di questo suo terribile vizio ed erano preoccupati per il futuro del loro paese. In più il re era uno scapolo convinto, non aveva figli e così non si sapeva chi avrebbe potuto ereditare la corona.
Un giorno, tornando da un viaggio dove come al solito aveva bevuto troppo, il nostro re chiese al fedele servo Fedro di fermare la carrozza. Voleva prendere una boccata d’aria perché gli girava tanto la testa.
“Vostra Maestà, è ora di smettere con il bere, fa male alla salute. E poi, insomma, Lei è il nostro re!”, Fedro era l’unico in confidenza con lui e si era deciso a parlargli seriamente. “Smettila con le prediche, Fedro. La bottiglia non ha mai ucciso nessuno”, rispose scocciato il re e scese dalla carrozza barcollando. Accompagnato dal suo servo che lo teneva sottobraccio fece due passi verso il bosco che si estendeva dall’altra parte della strada e rimase affascinato dalla vista di
un ulivo enorme.
“Fedro, guarda che meraviglia questo ulivo! Sembra che tocchi il cielo con i suoi rami”. “Sì, è veramente bello”, gli rispose il servo guardando in alto. “Sai che cosa ti dico, vorrei fare il trono con il suo tronco”, all’improvviso gli era venuta questa strana idea. “Ma, Vostra Maestà, non dirà sul serio. Quest’ulivo può avere anche mille anni!” protestò il servo. “Fedro, tu mi conosci, anche se qualche volta bevo non parlo mai a vanvera. Quando dico una cosa la penso sempre sul serio”, rispose il re mettendo il broncio e il povero Fedro rimase in silenzio. Sapeva come era fatto il re.
E così il re ordinò ai suoi collaboratori di abbattere quel maestoso albero d’ulivo e di portare il suo tronco da un falegname per realizzare un nuovo trono. Il suo ordine fu eseguito anche se tutti erano molto tristi all’idea di danneggiare quell’albero secolare. Ma sapevano, purtroppo, che gli ordini del re andavano eseguiti senza commenti. I tempi erano quelli.
Così un giorno al Palazzo Reale arrivò il trono nuovo. Il re era impaziente di sedersi. “Non fissatelo in terra perché devo trovare la posizione che mi piace di più”, disse guardandosi intorno. Era soddisfatto, il nuovo trono era comodo, lo spostò qua e là finché non gli sembrò di aver trovato il posto giusto. Ma dopo qualche giorno decise di spostarlo di nuovo e a sorpresa non si riuscì più a muoverlo.
“Ma come, mi sono raccomandato di non fissarlo in terra, chi si è permesso di farlo?” iniziò a gridare. Sembrava che nessuno lo avesse fatto. Nonostante tutti i tentativi non si riuscì a muovere il trono neanche di un millimetro. “Diamine, che cosa è successo allora, qualcuno sa darmi una spiegazione plausibile?” gridava arrabbiato. “Sembra che il trono, cioè l’ulivo abbia messo di nuovo le radici”, un cameriere se ne era accorto guardando bene il trono da vicino. “Sotto casa mia? Non glielo permetterò mai. Dovete estrarre questo stupido trono, non lo voglio più”, gridò infuriato il re. Ma all’improvviso il trono iniziò a crescere e a trasformarsi in quel bellissimo ulivo che era prima. Arrivò fino al tetto e lo ruppe lasciando tutti a bocca aperta. In seguito, la reggia si sbriciolò come un castello di sabbia. Meno male che tutti i presenti riuscirono a uscire in tempo e a salvarsi compreso il re che, terrorizzato, scappò a gambe levate chissà dove.
Iniziarono tempi nuovi per questo regno che era rimasto senza un re. I sudditi non avevano più avuto notizie di lui per un lungo periodo e ormai si erano convinti che si fosse trasferito lontano, probabilmente in un altro regno. Dedussero che non voleva tornare più indietro. Così fu eletto un nuovo re, le leggi del loro paese lo consentivano. Fu costruito un nuovo castello vicino all’ulivo che era più bello che mai. Il nuovo re piaceva a tutti. Si innamorò di quell’ulivo maestoso e ordinò ai suoi uomini di trattarlo con la dovuta cura. Bagnarlo regolarmente, potarlo e concimarlo anche se sembrava che non gli servisse nessun aiuto per crescere bello e sano. L’ulivo rispondeva al loro amore generando tantissimi frutti tanto che i suoi rami si piegavano dal peso delle olive.
Il nuovo re inoltre fece costruire un oleificio con un moderno frantoio dove i sudditi portavano le olive dopo aver finito la raccolta e che era diventato un momento di gioia per tutti. Si stava in compagnia e si cantava mentre si raccoglievano le olive e si mettevano nelle ceste di plastica traforate. Si caricavano su un carro e si portavano all’oleificio. Dopo la loro spremitura venivano pronte centinaia di litri d’olio extravergine che il re distribuiva ai sudditi. Tutti erano felici e il vecchio re quasi dimenticato. Ogni anno l’ulivo dava più frutti e sempre più persone venivano volontariamente a raccoglierle.
Un giorno Fedro vide tra loro un uomo che gli sembrava avere uno sguardo familiare. Poi lo riconobbe, era il vecchio re, con una capigliatura del tutto diversa e la barba lunga. Gli si avvicinò stupito e gli chiese all’orecchio: “Ma è proprio lei?”. “Sì, Fedro, sono io. Non dirlo a nessuno”, gli rispose a bassa voce. “Ti racconterò tutto dopo”.
Così quando rimasero soli il re gli disse che era scappato dalla vergogna cercando rifugio in un altro regno. Lì aveva avuto tempo per rimuginare e capire che aveva sbagliato tutto nella vita. Poi si era deciso persino a trovare l’amore. Non beveva più, ma non rivelò cosa facesse per vivere. Però a ogni raccolta delle olive era presente. Fedro non raccontò a nessuno il suo segreto e rimasero amici per sempre. E l’ulivo è ancora lì e forse un giorno ci racconterà da solo tutta la sua storia.