Viaggio nel tempo

Dal libro "Viaggio nel tempo" di Maria Melide (6 novembre 2002).



Oggi è una bella giornata di sole. Più sereno è l’animo mio, dopo giorni bui, di tristezza e di pioggia. Esco sul terrazzo e sento ancora il profumo dell’erba bagnata dalla pioggia caduta ieri, in abbondanza. Alzo lo sguardo, vedo le colline e i monti illuminati dal sole che, creando nel verde chiaroscuri, li presenta come un quadro di grande autore. Scorgo una distesa di verde ed io torno col pensiero al mio paese, in quel piccolo prato, vicino alla piazza grande.
In quel pomeriggio di tanti anni fa, il sole aveva riscaldato bene l’aria fresca e umida. Mia madre mi lavò il viso, le mani, mi pettinò, mi cambiò il vestitino che avevo macchiato giocando o mangiando e, tenendomi affettuosamente per mano, mi condusse, con mia grandissima gioia, nell’orto pieno di fiori, di verde e di alberi da frutta, situato in un angolo della piazza principale del paese.
Per aprire il cancello d’ingresso all’orto, mia madre mi lasciò la manina e io ne approfittai per tornare indietro di pochi passi. Qualcosa aveva catturato la mia attenzione: un tappeto verde, bianco e giallo, una distesa di piccolissime margherite. Mi rannicchiai per guardarle meglio, mi sedetti per annusarne il profumo, allungai le manine per coglierle.
Mia madre vedendomi così impegnata, mi lasciò fare ed entrò da sola nell’orto per innaffiare le verdure e per cogliere i fiori da mettere nel vaso, sul tavolo del salotto.
Osservavo che le piccole margherite erano diverse da quelle grandi e inodori che avevo visto e colto nel campo durante la mietitura del grano.
Quelle del prato emanavano un delicato profumo, avevano lo stelo corto ed erboso, crescevano in piccoli cespugli, la corolla era composta di piccolissimi petali, a volte screziati di rosa.
Le api si posavano delicatamente su quei “bottoni” gialli, come per sentirne il profumo, invece si nutrivano, poi volavano lontano, nel loro alveare per fare il miele.
Io non avevo paura di quegli insetti. Erano così belli nel loro vestito nero e giallo, che mi facevano proprio pensare al miele!
Mio padre mi diceva che le api erano buone, che non facevano male a nessuno. Mi consigliava di non infastidirle, altrimenti si sarebbero difese con il loro pungiglione, situato nella parte inferiore dell’addome, conficcandolo nella carne dove sarebbe rimasto.
“Quell’organo sottile e appuntito delle api” – mi diceva papà – “contiene del veleno che fa male, fa gonfiare la parte punta, mentre l’ape muore, perché il pungiglione lasciato nella carne è unito ad una parte vitale dell’insetto”.
Io pensavo che se fosse accaduto ciò, sarebbe stata una cosa bruttissima. Non toccavo le api e non le infastidivo, mangiavo soltanto il loro miele.
Quelle piccole e particolari margherite attiravano non solo le api ma anche la mia curiosità.
Feci notare il loro profumo a mia madre, che nel frattempo era uscita dall’orto con un gran mazzo di fiori in mano.
Com’era bella la mia mamma!
Ascoltò le mie osservazioni e le mie scoperte: “Se stringo e stritolo tra le dita questi fiorellini” – le dicevo – “sento l’odore della camomilla”.
Mamma mi rivelò che non aveva mai notato, in effetti, che quelle piccole margherite erano proprio i fiori della camomilla. Ne cogliemmo moltissimi, li mettemmo in una busta e li potammo a casa.
Mia madre mise a bollire l’acqua in un pentolino, lavò bene molte margheritine e le immerse nell’acqua bollente per circa quindici minuti, dopo avere spento il fuoco.
L’acqua era diventata color giallo opaco ed il profumo della camomilla si diffuse per tutta la stanza. Fu posto il colino sopra una tazza e vi fu versato l’infuso denso, che diventò più fluido e trasparente. Mia madre vi unì uno spicchio di limone e alcuni cucchiaini di zucchero, lasciando raffreddare la bevanda.
Poco dopo io bevvi la camomilla della mia scoperta, che proprio per questo aveva un gusto particolare.

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